Una religiosità tossica e
la fede che salva
Biagio Tinghino
L’ipotesi che esista una religiosità “tossica” è tutt’altro che infondata. Basta guardarsi indietro, sfogliare le pagine dei libri di storia e considerare quante volte in nome di Dio sono stai compiuti i crimini e gli stermini più efferati. Ma fin qui probabilmente ci sentiamo con la coscienza a posto. Si parla dei nostri progenitori e di acqua passata. L’attualità però di pone davanti ad altri dati altrettanto preoccupanti. Su 6,7 miliardi i persone che popolano il nostro pianeta, 4,9 si dichiarano credenti, cioè il 73%. Il mondo dovrebbe quindi andare a meraviglia. Ma non è così, purtroppo. Per una minoranza di questi, poi, la fede diventa un prodotto tossico che trasforma in modo peggiorativo la loro vita e produce guai a non finire.
Ha studiato la questione Steven Arterburn, descrivendo le sue osservazioni in un libro, “Toxic faith” (fede tossica), che analizza con metodo le conseguenze distruttive dell’adesione alle sette e ai movimenti religiosi estremisti.
Il terreno favorevole, i primi passi
I presupposti dell’adesione a forme dannose di religione si ritrovano quasi sempre nella fragilità delle persone. Si tratta di individui stressati, che hanno alle spalle una storia tormentata, che ha impedito loro di raggiungere una sufficiente autonomia sul piano emozionale. Spesso provengono da famiglie conflittuali, dove i bambini venivano educati in modo coercitivo e sviluppavano forme di frustrazione che poi sfociava nell’adattamento alle richieste del o dei genitori. Il senso di colpa è l’esperienza più forte, insieme alla paura di essere abbandonati o non essere riconosciuti sul piano affettivo. Il bisogno di conferme, di legami con un senso di identità forte e protettivo è importante. La vita di queste persone salta da una crisi all’altra fino a quando non si spalanca la prospettiva di una soluzione facile e magica: affidarsi alla religione risolvi-tutto. A quel punto si verifica una crisi mistica, catartica, che trasferisce d’un sol colpo ogni istanza di cambiamento alla religione.
Ci si trova immersi, come per incanto, in un contesto accogliente, caldo, ricco di rimandi positivi e di attenzioni, purché la persona sia disposta ad abbracciare totalmente (questo è il vincolo patologico) la vita e le idee del nuovo gruppo. Pian piano le amicizie, i legami precedenti entrano in sofferenza, perché sostituiti da quelli con gli adepti della religione. Nuove parole (un vero e proprio gergo) vengono usate, nuovi ritmi scandiscono il giorno e la settimana, prendono corpo ritornelli, frasi fatte, slogan, elementi di pensiero ripetitivo che non provengono dalla riflessione personale, ma dal gruppo-genitore. E’ come se l’individuo si svuotasse di elementi propri e si riempisse pian piano di materiale psichico preconfezionato che gli impedisce di pensare alla propria situazione, alle proprie difficoltà o criticità.
Gli elementi nevrotici
Questo annullamento della dimensione individuale è l’elemento principale del transfert sul gruppo, il quale a sua volta agisce come un grande contenitore che raccoglie, ammortizza e consolida il meccanismo alienante. L’identità di gruppo diventa il surrogato di quella individuale. La persona non dice più “io”, ma si esprime e pensa sempre più spesso in termini di “noi”. In realtà le fantasie di onnipotenza, le compensazioni alla frustrazione e al senso di colpa, il bisogno di riconoscimento sono ben visibili attraverso le modifiche della semantica. I seguaci di una fede malata si esprimono sostenendo che “noi” abbiamo la “certezza” della verità, che la “nostra” comunità è l’unica vera e che i nostri “principi” sono perfetti. La traduzione in termini di meccanismi psicologici è che in realtà “io” vorrei avere certezze, “io” vorrei essere l’unico, il perfetto, colui che risponde a tutte le richieste del Genitore, che viene riconosciuto come importante e necessario.
Il processo di alienazione porta inevitabilmente alla necessità di pensare che tutti gli altri sbagliano. Ogni discussione o critica nei confronti della chiesa evitata o suscita aggressività, proprio perché quest’ultima è il surrogato dell’identità personale. Il dissenso non è tollerato. Sono frequenti i giudizi perentori nei confronti di condotte o pensieri difformi a quelli del gruppo, in quanto chi mette in dubbio un pensiero della comunità in realtà mina le fondamenta dell’autostima e delle rassicurazioni patologiche dell’individuo. I provvedimenti o le strutture normative che contrastano con i comportamenti della setta sono vissuti come una persecuzione religiosa, frutto dell’influenza del diavolo.
La persona che segue questo percorso ha sperimentato un vero, anche se temporaneo, sollievo dal proprio malessere. Appena entrato nella setta ha percepito il suo abbraccio confortante e si è sentito rassicurato. Questa sensazione, però, non dura per sempre. I problemi della vita riaffiorano, le difficoltà nelle relazioni, il proprio modo di gestire gli affetti prima o poi sfuggono al controllo e si ripresentano. Allora l’adepto si convince che ciò è dovuto al fatto che la sua “fede” è poca, che non si è adeguato perfettamente agli insegnamenti proposti (ritorno del senso di colpa). Così egli riparte con pratiche più severe, con una adesione più completa alla dottrina e alle regole. Il suo modo di vestire, le sue parole saranno quelle richieste dagli opinion-leaders. L’adesione a penitenze, opere, comportamenti e sacrifici sarà totale. Egli si “purificherà” in modo paranoico da ogni influenza esterna, rinuncerà ad ogni relazione col mondo, i rapporti con persone che non aderiscono alla sua fede diventeranno sempre più marginali. In tal modo l’offerta sacrificale al dio-genitore non potrà essere più completa ed egli dovrà accordare la sua benevolenza. In questa fase l’individuo ha una aspettativa magica che il miracolo si riprodurrà, che avverrà una manifestazione sovrannaturale, che si ripeterà l’esperienza catartica che gli ha dato tanto sollievo.
Molto diffusa, anche se meno tossica, è la visione infantile della religione e quella superstiziosa. Molte persone si rivolgono a Dio come si rivolgerebbero ad un papà da convincere per ottenere premi e regali. La loro fiducia “cieca” li vede attendere passivamente che le condizioni della realtà esterna cambino miracolosamente. Esse pregano che smetta di piovere, che possano guadagnare un po’ di più, di essere protetti dagli incidenti automobilistici, che un pellegrinaggio o il contatto con una reliquia produca una guarigione. Ma non cercano un ombrello, non studiano come incrementare il proprio reddito, non fanno le revisioni alla macchina e non adottano misure di prevenzione delle malattie. In taluni casi la fede coincide con l’immaginetta tenuta sul cruscotto o al capezzale, con l’indossare una catenina d’oro che proviene da un santuario molto famoso, nelle gran sudate che comportano i percorsi dei luoghi santi, nel mettere la Bibbia sempre al di sopra della pila di libri, nello scegliere la banconota più nuova per l’offerta. Gli oggetti acquisiscono poteri straordinari, i riti, le azioni liturgiche assumono il posto dei contenuti. Qui si sfiora la superstizione “sacra”, che è pur sempre superstizione.
Una dipendenza
L’escalation sperimentata con l’ingresso nella setta può riprodursi più volte, e ad ogni ripetizione l’annullamento nella fede tossica diverrà più forte, l’adesione più stretta, la nevrosi più patologica. Siamo nella fase della vera dipendenza. Il soggetto non può fare a meno del comportamento “drogato”, il legame con questo contesto religioso è irrinunciabile. La vita, la quotidianità ruotano attorno alla setta. Per seguire i suoi dettami egli può mettere a rischio il lavoro, la famiglia, la stessa salute. Si prendano in considerazione, per fare un esempio, i rischi che corrono i Testimoni di Geova quando rifiutano le trasfusioni. Si sa che centinaia di persone hanno perso la vita per questo motivo. Una ricerca condotta da Seth M. Asser e Rita Swan in collaborazione con il Dipartimento di Pediatria dell’Università di San Diego e l’Associazione CHILD (Children Helthcare Is Legal Duty) ha appurato che negli Stati Uniti tra il 1975 e il 1995 ben 172 bambini sono morti perché i loro genitori hanno negato le cure mediche, sostenendo la guarigione per fede. Almeno 140 di essi avevano malattie che, se curate, avrebbero permesso una sopravvivenza superiore al 90% dei casi. Di recente un ragazzino di 13 anni affetto dal morbo di Hodgkins, una particolare forma di tumore maligno, perché non è stato curato, ed è scappato insieme a sua madre. I genitori del ragazzo appartengono alla comunità Nemenhah che insegna a curarsi attraverso metodi naturali e infusi preparati in casa. Un caso simile si è verificato negli anni ’80 in Italia, tra gli avventisti riformisti.
In altri ambienti (in particolare cattolici) può prevalere l’adesione a ideologie mascherate da “rispetto per la vita”, disgiunte dalla capacità di considerare gli aspetti profondamente umani, che conducono ad accanimento terapeutico in pazienti terminali, manifestazioni di oltranzismo, come quelli emersi per il caso di Eluana Englaro. Non va taciuta neanche la venatura sadica con cui gli stessi ambienti esaltano la sofferenza come esperienza da “offrire a Dio” a scopo espiatorio e redentivo. La storia del monachesimo e del misticismo è ricca di sensi di colpa, auto-punizioni, pratiche sadiche, perversioni e simbolismi sessuali, imposizioni coercitive sulle persone e sulle coscienze. Dall’altra parte l’elogio esasperato della sofferenza può tradursi in una certa resistenza ad usare farmaci, terapie antidolorifiche, e addirittura cure palliative.
L’elenco delle manifestazioni della fede tossica permetterebbe forse di inquadrare questo disturbo tra quelli che in psichiatria vengono ricondotti all’area delle dipendenze patologiche. Il DSM-IV (Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali), prevede sette criteri per la diagnosi. Essi sono, nell’ordine:
1. Che il soggetto manifesti tolleranza, ossia il bisogno di assumere dosi crescenti di una sostanza o aumentare la frequenza dei comportamenti compulsavi (per es. gioco d’azzardo)
2. La presenza di astinenza se l’uso viene sospeso
3. La sostanza viene assunta in quantità maggiori di quella prevista (stessa cosa riguarda la reiterazione di un comportamento patologico)
4. Il desiderio persistente o il tentativo infruttuoso di ridurre l’uso del comportamento/sostanza
5. Una gran quantità di tempo spesa per il consumo della sostanza (o per procurarsela) o la reiterare la pratica del comportamento
6. L’interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza o del comportamento
7. L’uso continuativo nonostante il riconoscimento dei problemi derivanti da esso
La diagnosi si può porre per la presenza di tre o più dei sintomi elencati. E’ facile comprendere come alcune caratteristiche della persona che ha una fede patologica rientrino nella definizione di dipendenza. In particolare il bisogno di accanirsi in una severità sempre maggiore (“dose crescente”, tolleranza), lo star male nell’interruzione delle pratiche (disagio psicologico, astinenza), la difficoltà a sottrarsi all’influenza della setta, ma soprattutto il venir meno di attività lavorative, relazioni sociali e la gran quantità di tempo dedicata, anche a dispetto dei danni a carico della famiglia, degli amici e dei tempi di svago e ricreazione.
Le conseguenze
Una religiosità così fatta non può, ovviamente, restare senza conseguenze. La consapevolezza di ciò si raggiunge superando lo strato più superficiale dei comportamenti. Cioè al linguaggio, spesso stereotipato, connotato dall’uso di slogans che richiamano all’amore, alla solidarietà, alla verità e al rinnovamento interiore. E’ necessario valutare le ricadute pratiche nella vita delle persone, delle loro relazioni con gli altri, ciò che significa sul piano sociale e dei rapporti umani, il contributo che essi portano al contesto lavorativo o culturale. Per usare una espressione del Vangelo, che per la sua crudezza non può essere certo uno slogan, occorre riconoscere l’albero dai frutti. E i frutti vanno non solo visti da lontano, ma toccati con mano, finanche assaggiati e digeriti per vedere se erano intossicati o erano salutari. I risvolti più frequenti sono costituiti dalla creazione di famiglie anomale, molto autoritarie, che esercitano sui figli un condizionamento forte e colpevolizzante. In taluni casi si assiste all’abbandono della vita comune per rifugiarsi in contesti ancor più protetti e isolati: comunità-famiglia, conventi, istituti “missionari” o gruppi che praticano il proselitismo a tempo pieno.
Non è raro vedere che le persone più coinvolte, dopo una fase di legame totalizzante con il gruppo religioso che può durare anche decenni, improvvisamente si rendano conto del fallimento. Questa disillusione può essere provocata dal constatare che un leader non era così perfetto come lo si era immaginato, per l’emergere di uno scandalo amministrativo o personale, oppure per il venir meno dell’assioma fondante: “io sono un fedele ubbidiente e rigoroso, Dio sta dalla mia parte e mi aiuta sempre”. L’adepto si sente tradito nelle sue aspettative e allora tutto crolla. Egli precipita in uno stato di caos emotivo nel quale tutto è permesso, non ci sono riferimenti morali, emergono comportamenti opposti a quelli precedenti, come per esempio darsi al bere smodato, ad una sessualità patologica e forme di evasione esagerate. In realtà questo rischio era ben percepito anche prima, tanto è vero che l’adesione alle regole del gruppo era fanatica e tale fanatismo derivava esplicitamente dalla convinzione che se fosse messo in dubbio un solo punto delle credenze, tutto sarebbe crollato. Questo bisogno di certezza assoluta, la demonizzazione e il rifiuto di considerare anche un solo errore nella dottrina della setta sono i sintomi più eclatanti della fragilità e del timore di cadere in balia del caos interiore.
Avendo considerate le conseguenze sul piano personale, occorrerà riflettere anche su ciò che può derivare dai meccanismi collettivi. Gli insiemi patologici di persone, nella misura in cui non riconoscono i limiti della realtà e del contesto sociale, possono diventare pericolosi. Un esempio attuale, anche se distante, è quello delle scuole coraniche di alcuni paesi medio orientali, molte delle quali selezionano appositamente ragazzi fragili, compromessi dal punto di vista emotivo e familiare, forniscono loro un quadro di riferimento totalizzante e poi (per fortuna non così frequentemente) li avviano alla carriera terroristica. I comportamenti settari, se riescono a raggiungere il potere, producono danni imponenti. In Italia, senza considerare l’esperienza del fascismo e restando nell’attualità, gruppi religiosi legati al potere politico detengono il monopolio di una gran quantità di istituzioni, manovrano capitali immensi, influenzano le decisioni più importanti nel nostro paese. Come ha scritto un agnostico su un blog, già pochi secoli dopo Cristo responsabili della chiesa avevano dimenticato che Gesù li aveva ammoniti a non portare con loro né soldi, né sacca, né bastone. Disubbidire al capo era stata la prima cosa che avevano pensato di fare. La religione, insomma, ha molte strade per divenire tossica.
Una spiritualità che salva
Nonostante le considerazioni precedenti, la fede può essere uno strumento straordinario di cambiamento e una risorsa importante nella vita. La società contemporanea, che pure è tanto critica nei confronti delle forme di religione più devianti, tende – dall’altra parte – a negare il bisogno di spiritualità dell’uomo. Capitalismo e marxismo hanno sostanzialmente fallito i propri obiettivi proprio perché non hanno tenuto conto di questa componente. Il marxismo-leninismo, nelle sue sperimentazioni politiche, si è concentrato sulla risoluzione dei bisogni materiali, sull’emancipazione economica della gente, sulla socializzazione dei mezzi di produzione. L’idea messianica che l’istaurarsi del socialismo avrebbe ricreato un Eden di armonia e solidarietà nell’umanità è ampiamente stata smentita dai fatti. L’uomo non vive di solo pane, e quando si coartano i suoi bisogni spirituali le conseguenze sono catastrofiche.
Il capitalismo, d’altra parte, se non ha prodotto la miseria degli operai che prevedeva Marx, ha indotto un problema ancor più grave.
“La critica deve invece riguardare il modo in cui questo sistema produttivo, questo modo di produzione e di consumo, questo tipo di organizzazione sociale, agisce sulla psiche, sulla vita, sui sentimenti dell’uomo, e sull’immagine che egli ha di sé. La teoria socialista non solo non ha criticato il capitalismo sotto questo aspetto decisivo, ma non ha neanche elaborato un’idea chiara di quello che il socialismo potrebbe e dovrebbe essere al di là del puro e semplice miglioramento del modo di funzionare dell’economia”. (Erich Fromm, I Cosiddetti sani, la patologia della normalità, A. Mondatori ED. pp 73-74).
L’uomo ha bisogno di riconoscere in sé la necessità di ricongiungersi con l’infinito, di ascoltare il suo mondo interiore, di avere un quadro di riferimento che gli permetta di dare senso alla vita, di fornire di significato il mondo che gli sta intorno. La fede cristiana mostra un modo di prendere contatto con Dio che si racconta attraverso fatti, storie, esperienze vicine all’uomo, in particolare attraverso il dio-uomo che è Gesù.
Tutto questo sarebbe pura teoria se non si traducesse in azioni concrete nella vita quotidiana. La vita di Gesù e i suoi insegnamenti hanno prodotto il cambiamento positivo di milioni di persone. A distanza di duemila anni, ancor oggi, parliamo di ciò, discutiamo, siamo mossi dal suo esempio. In realtà una fede che salva non parte da presupposti o da materiale umano molto diverso da una fede tossica. Ad essa si rivolgono, o si possono rivolgere, le stesse persone fragili, nevrotiche e in difficoltà che si cibano di una religiosità malata. Due persone possono essere malate allo stesso modo. Una può decidere di rivolgersi al medico e curarsi, quindi guarire, l’altra può decidere di andare da un ciarlatano e morire per una pozione avvelenata che questo gli somministra. Il bisogno di partenza è identico. I bisogni non sono sbagliati, né lo sono le difficoltà umane. E’ la nostra decisione che fa la differenza.
Una fede che salva, per esempio, deve partire dalla disponibilità a riconoscere i propri punti critici, le caratteristiche della propria struttura psichica e le proprie fragilità. Il punto di partenza, dunque, è la conoscenza (“conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”), con particolare riferimento alla conoscenza di sé, prima che dell’altro. In altri termini potremmo parlare di consapevolezza come punto di partenza della salvezza.
Un secondo passaggio potrebbe essere costituito dall’umiltà. Questo atteggiamento non consiste nel parlare a bassa voce, tenere gli occhi bassi, indossare indumenti confezionati in un certo modo. L’umiltà ha come prima caratteristica quella di non porre se stessi al centro dell’universo e quindi (qui sta il problema) neanche l’io mascherato dal noi che spesso gli adepti delle religioni utilizzano per mantenere intatto il sentimento di superiorità. Umiltà vuol dire essere disposti ad ascoltare con le orecchie, ma soprattutto col cuore e con la mente gli altri, senza ritenersi in una situazione privilegiata.
La ricerca della verità è un altro elemento fondamentale. Questa ricerca non può avvenire una volta per tutte, ma procede attraverso l’ascolto degli altri, il confronto, lo studio e il cambiamento continuo. In questo senso il pensiero scientifico è oggi di grande esempio per i credenti. Esso si sforza di osservare la realtà senza lenti deformate dai desideri personali, dalla paura o dalle fantasie. In ambito scientifico bisogna avere il coraggio di sottoporre a valutazione i propri dati e le proprie ipotesi e quando una teoria non trova conferme, o ne viene formulata una più coerente coi dati, la si abbandona velocemente. Il dubbio viene visto come motore di progresso, perché spinge a cercare e quindi a migliorare nella direzione della verità. I credenti dovrebbero cercare la verità, non conferme a ciò che essi già ritengono verità. Dovrebbero ricordarsi di eliminare i pregiudizi, perché noi non possiamo nulla contro la verità, ma solo a suo favore.
Infine la fede deve fornire energie per i processi di cambiamento. Il bisogno di miglioramento e di conversione dell’uomo deve essere riconosciuto, ma deve ricevere la forza dell’Infinito per potersi realizzare appieno. Purtroppo vediamo che i gruppi religiosi e le chiese denominazionali fanno molta difficoltà a cambiare, pur vantandosi di essere i gestori privilegiati della conversione. Una religiosità statica, che si abbarbica a definizioni costanti e a dogmi invariabili ha scarse possibilità di indurre il cambiamento nelle persone. Un credente che si vanta di non cambiare mai opinione non può essere né umile, né un vero cercatore della verità.
In ultima analisi la fede sana è una potenza straordinaria per l’uomo che vuole ritornare ad un autentico rapporto con Dio e con la realtà. Essa non fugge dalla quotidianità, non alimenta alienazioni, è presente ai bisogni dell’oggi e produce comportamenti fattivi. Prima di ogni cosa essa sostiene il cambiamento, la conversione, lo sviluppo delle potenzialità umane. In secondo luogo arricchisce le relazioni con gli altri, anziché distruggerle, fornisce contributi veri e decisivi alla società in cui agisce. La fede sana è umile, incrementa la consapevolezza personale sulle proprie lacune, sui conflitti e fragilità del profondo. La fede non pretende di possedere monopoli, non giudica, non si vanta, non combatte contro gli altri, è disposta ad ascoltare e mettersi in discussione. Essa cerca la verità e la ama sopra ogni cosa, anche quando dovesse portarla a rivedere gli stessi fondamenti che l’hanno fino ad allora sostenuta. La fede, e qui penso molto al capitolo XIII dell’Epistola di Paolo ai Corinti, è molto simile all’amore.