La Vera Chiesa…
o una chiesa vera?
BIAGIO TINGHINO
Dopo decenni di tentativi ecumenici, una dichiarazione di Benedetto XVI riporta indietro di colpo il dialogo interreligioso. Solo la Chiesa Cattolica è la vera chiesa di Dio! Per le altre comunità, sia pur con i dovuti distinguo e i condimenti verbali che la diplomazia vaticana mette in campo, si liberano solo posti di rango inferiore. In realtà, stando ai nomi, altre denominazioni hanno cercato di accaparrarsi le definizioni più belle. Esistono letteralmente la “Chiesa di Cristo”, “La Chiesa di Gesù Cristo e dei santi degli Ultimi Giorni” e così via dicendo. Naturalmente la chiesa del papa si ritiene “Una, santa, cattolica e romana”.
Stando alle stime più recenti, tra i protestanti si contano centinaia di denominazioni, mentre i cattolici sono divisi tra le Chiese d’Oriente (siriana ed egizia), le Chiese Ortodosse e la Chiesa Romana. Quest’ultima vanta una unità che però non ha molto di sostanziale. La maggior parte dei suoi membri ritiene che il papa sbagli in fatto di politica familiare, nell’imporre il celibato dei preti e nel proibire gli anticoncezionali. Come dire che, dopo aver concesso al clero la soddisfazione dell’unità nella forma, ciascuno poi fa come meglio gli pare.
Torna, quindi, d’attualità il problema della identificazione della vera Chiesa di Dio, e del capire se questa preziosa esclusività può essere basata su presupposti teologici (il “mandato”), storici (la successione ininterrotta) od organizzativi.
Una sposa per uno sposo?
Le Scritture ci indicano come il piano divino passasse attraverso l’elezione di un popolo “speciale”, così speciale da legarsi a Dio con un contratto. Un patto, sigillato attraverso il fuoco e il giuramento sotto il monte Sinai, con cui Israele si “sposa” con l’Eterno, diventa sua moglie, fidanzata per sempre. L’apostasia è un tradimento e un adulterio vero e proprio.
…E tu, che ti sei prostituita con molti amanti, ritorneresti a me? Alza gli occhi verso le alture, e guarda: Dov’è che ti sei prostituita?...(Geremia 3:2-4)
Queste le parole di fuoco verso Israele, ma la tribù secessionista di Giuda non è da meno…
E benché io avessi ripudiato l’infedele Israele a cagione di tutti i suoi adulteri e le avessi dato la sua lettera di divorzio, ho visto che sua sorella, la perfida Giuda, non ha avuto alcun timore ed è andata a prostituirsi anch’essa… (Geremia 3:8)
La metafora della chiesa come sposa di Cristo viene ripresa nel Nuovo Testamento, sia da Paolo che da Giovanni.
..Poiché il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, egli che è anche il salvatore del corpo… (Efesi 5:23).
…Vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo d’appresso a Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. (Apocalisse 21:2)
Da queste espressioni deriva l’interpretazione che i tutti i credenti hanno sempre dato del bisogno di unità della chiesa, oltre che di unicità.
Questa interpretazione, sia pur ispirata ad un principio di autentico legame fraterno fra tutti i credenti, presenta qualche linea di utopismo. Già nella storia ebraica la metafora dell’unica sposa cozzava con le divisioni di Giuda e Gerusalemme (che vengono definite sorelle da Geremia), dovendosi quindi parlare eventualmente di due spose. Il numero delle mogli potrebbe salire a tre se si include la derivazione samaritana. Ma di fronte a queste polemiche, Gesù dichiara di voler superare il criterio dell’unicità in senso istituzionale: L’ora viene – dice alla donna samaritana – anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede (Giovanni 4:23).
Per la chiesa cristiana dei primi decenni il problema dell’esclusività era veramente marginale, sia perché essa all’inizio visse all’ombra del giudaismo, sia perché – nei decenni immediatamente successivi – dovette fare i conti più con le persecuzioni che con le eresie.
Già dopo pochi secoli dalla stesura dei Vangeli lo studioso si trova in grave difficoltà nell’identificare una sola denominazione che si possa definire erede esclusiva del messaggio cristiano. Dopo duemila anni però le cose si sono estremamente complicate. Allo stato attuale, se lo sposo dovesse tornare improvvisamente, dovrebbe fare i conti con circa 450 spose, cioè tante quante sono più o meno le denominazioni cristiane che si fregiano del titolo di vera Chiesa di Dio. Un bel rompicapo, per risolvere il quale non basterebbero certo i mille anni previsti dall’Apocalisse come periodo di transizione prima del Giudizio Universale.
I movimenti che hanno predicato e si sono sforzati di vivere autenticamente il Vangelo sono stati numerosi. In ambito cattolico non si possono dimenticare le esperienze francescane e quelle di tanti altri umili credenti che hanno dato un contributo di spiritualità e di rinnovamento. In ambito evangelico Valdesi e Anabattisti, riformatori umanisti, Luterani, Calvinisti hanno portato – quasi nello stesso periodo – alta la fiaccola della fede. Nei secoli successivi furono – spesso contemporaneamente - Puritani, Metodisti, Quaccheri, Battisti ed altri evangelici a fare avanzare lo spirito della Riforma. Sarebbe impossibile designare tra questi la vera chiesa a scapito di altre. Ciascuno di questi movimenti valorizzò aspetti della Parola di Dio e della predicazione che avevano importanza profonda, anche se non esclusiva.
Sembra dunque più facile identificare delle caratteristiche salienti per ciascun periodo della storia della chiesa che non di una singola denominazione. Non a caso l’interpretazione avventista della visione di Apocalisse delle sette chiese (Cap 2,3) fa riferimento a sette epoche della chiesa, sette situazioni, connotate da difetti, punti di forza bisogno di esortazioni specifiche. Ma non ritiene che si possa fare una lista di sette denominazioni che si trasmettono il titolo formale di “vera chiesa di Dio”.
La sposa è dunque una, ma nello sviluppo della metafora, è costituita da una pluralità di movimenti che si snodano lungo le vicende del cristianesimo, a volte con una contemporaneità di contributi che trovano una sintesi solo nella prospettiva storica.
Una successione storica?
Per definire qual è la vera sposa di Cristo la Chiesa di Roma usa il criterio della successione ininterrotta che legherebbe la genealogia dei papi addirittura agli apostoli. Esiste una lista di pontefici romani che dimostrerebbe la discendenza diretta di Benedetto XVI da Pietro stesso. Per i teologi cattolici è una prova molto forte, se paragonata alla “frammentazione” del mondo protestante. Ma un sano realismo storico evidenzia immediatamente che la prima chiesa cristiana non aveva un pontefice e non aveva eletto nessun capo per governarla. Il Nuovo Testamento non dice assolutamente nulla in proposito. Sarebbe troppo lungo scendere nei dettagli, ma è evidente che il passo di Matteo 16:18 è stato solo tardivamente interpretato come una ordinazione di Pietro a primo papa. La stessa ordinazione viene infatti formulata per gli altri discepoli due capitoli più avanti (Matteo 18:18) e non aveva il significato di un primato, come infatti dimostrano le stesse dichiarazioni dell’apostolo Pietro (I Pietro 2:4-8, 5:1-4) di Paolo (Efesi 1:22; 2:20) e le affermazioni dei primi Padri della Chiesa. I discepoli continuarono a litigare per capire chi fosse il maggiore fra loro fin quasi alla morte di Gesù, segno che il Maestro non aveva eletto successori.
Pietro, peraltro, rimase sempre in Palestina, non fu mai a Roma (c’è in proposito uno studio interessante basato sui testi neotestamentari) o se vi fu vi rimase per pochissimo tempo, certo insufficiente per esercitare qualsiasi primato.
La lista dei papi è un documento che prese importanza a posteriori, quando il vescovo di Roma cominciò ad avanzare la pretesa di esercitare una supremazia sugli altri vescovi. Fino alla conclusione del II secolo le comunità cristiane erano rette da vescovi (episcopi), che si appoggiavano agli anziani (presbiteri). Per grandezza e influenza geografica primeggiavano Gerusalemme, Bisanzio, Alessandria, Roma e Antiochia. Il primato di Roma fu una pretesa portata avanti con forza dal IV secolo in poi, in particolare da papa Giulio I (337-352), da Liberio e soprattutto da Damaso che per salire al soglio pontificio non esitò a muovere guerra al rivale Ursino. Dopo altri sette papa, fu Leone detto Magno a riprendere l’idea di imporre a tutte le chiese sia d’Oriente che d’Occidente la sua giurisdizione. Ma anche in questo caso furono guerre, eccidi, attacchi violenti agli altri vescovi. Nel 451, finalmente, le sue tesi furono riconosciute (concilio di Calcedonia), pur riservando lo stesso posto di onore al vescovo di Costantinopoli (art. 28). Sembra proprio che la questione del primato fosse molto sentita e molto perseguita, con intenti e strumenti a dire il vero più confacenti ad una monarchia che ad una comunità religiosa. Ad oggi mancano tre papi dalla catena genealogica. Ma, a parte queste lacune, è strano che i sostenitori di questa successione facciano finta di non sapere quante guerre, intrallazzi, omicidi, truffe, contese e divisioni stiano dietro la genealogia dei papi, dimenticando che parecchi dei nomi esibiti come vicari di Cristo siano più di vergogna alla Chiesa che di onore.
Il problema della eredità della fede era già dibattuto ai tempi degli apostoli. Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo e la sua apertura ai non ebrei (i “gentili”) costituì una rottura nei confronti della genealogia di sacerdoti, discendenti di Davide e, più in generale, del popolo eletto. Paolo dovette affrontare la questione sollevata dalla chiamata dei gentili, mentre i legittimi successori del popolo di Israele venivano messi da parte. Molto chiaramente egli spiegò che l’albero di olivo a volte viene tagliato per permettere l’innesto di nuovi rami, più vigorosi e fecondi (Romani 11:17-20). In un altro passo esplicita che l’eredità della salvezza viene trasmessa attraverso la fede e non attraverso la genealogia carnale (Romani 4:13-14). Come si può dunque pensare che lo stesso Paolo, e gli altri apostoli che avevano predicato la libertà di evangelizzazione e l’abbattimento di ogni privilegio legato all’uomo, potessero poi affidare la chiesa ad una successione di capi umani? Una sorta di monarchia religiosa?
Un modello organizzativo?
Se storicamente, dunque, non ha senso di parlare di successione genealogica della fede, altri puntano tutto sul fatto che deve esistere una organizzazione, ed essa deve avere la titolarità esclusiva di sposa di Dio. L’organizzazione è sicuramente indispensabile per portare avanti la predicazione, per formulare ed eseguire programmi, per gestire le risorse umane ed economiche. Si sbaglierebbe, però, chi pensa che esista un modello organizzativo buono per tutte le stagioni.
Mosè dovette, su suggerimento del suocero Ietro, inventare un sistema gerarchico di settanta saggi a cui delegare l’amministrazione ordinaria delle questioni all’interno delle dodici tribù. La suddivisione in capi di decine, di centinaia e di migliaia risultò un ottimo sistema per rispondere alle esigenze organizzative dell’antico Israele (Num. 11:16, 24, Giudici 8:14, 16; 1Re 8:1-3). Sappiamo che questo modello era anche seguito in campo militare da diversi eserciti, tra cui quello romano e quello del Gengis Kan. Sebbene si trattasse di un modello progettato dallo stesso Mosé, non rimase unico e fu soppiantato dal governo “teocratico”, attraverso l’intermediazione di condottieri che erano anche giudici e profeti. Fu poi la volta della monarchia. Dopo l’esilio babilonese e ai tempi della dominazione romana, gli invasori avevano delegato la gestione delle loro province a dei governatori di fiducia, mentre il Sinedrio esercitava la sua autorità su questioni religiose.
Non possiamo dire che Gesù, attraverso i Vangeli, abbia indicato alcun sistema di organizzazione complessa per la nascente comunità cristiana. Le sue parole furono sempre dirette ai contenuti della predicazione, al tesoro della Parola di Dio. Gli strumenti, l’architettura dei sistemi organizzativi dovevano evidentemente essere in secondo piano. Al primo posto c’era l’annuncio della Buona Novella, gli altri aspetti non dovevano sopraffarla o primeggiare.
Gli apostoli pochi anni dopo la sua morte fecero riferimento, almeno parzialmente, al sistema ebraico, in cui erano gli anziani a fare da guida per le comunità. Fu associata la figura del diacono, col compito di assistere i poveri, le vedove e gli orfani. Infine – sulla base dei talenti e dei doni dati dallo Spirito – ad alcuni fu riconosciuto il compito di predicare, ad altri di insegnare, ad altri di curare o guarire, ad altri ancora di profetizzare. Questo processo somiglia più ad una consensuale distribuzione di responsabilità, accettando ciò che Dio mostrava di operare nei credenti, che ad un sistema gerarchico o piramidale. Ma la spontaneità e la semplicità di queste esperienze furono ben presto superate. La Chiesa si ingrandì e i bisogni crebbero. Si moltiplicarono anche i modelli organizzativi, da cui derivano sostanzialmente i tre attualmente più diffusi: il modello presbiteriano o presbiteriano-sinodale, il modello episcopale o episcopale-monarchico e quello congregazionalista. Tutti questi sistemi fanno riferimento, ciascuno con ragioni diverse, alla prima chiesa cristiana.
Il sistema presbiteriano è fondato sulla gestione della comunità da parte degli anziani o presbiteri. Le comunità evangeliche storiche, ma anche molte di quelle attuali, hanno abbracciato prevalentemente il sistema presbiteriano. Fu Calvino che per primo teorizzò una forma di organizzazione della chiesa basata sugli anziani, pastori, insegnanti e diaconi, anche se nelle Istituzioni del 1543 menziona solo tre ministeri. Calvino distingue tra i doni di insegnamento e i doni di governo della comunità, basandosi su alcuni presupposti scritturali (1 Tim. 5:17; Rom. 12:8; 1 Cor. 12:28). Gli anziani vegliano sulla dottrina e insegnano, mentre i diaconi provvedono ai poveri e ai malati (Istit. IV, 3, 9). Più comunità si organizzano in forme rappresentative di governo fino ad arrivare ai sinodi o concili. Questo modello prevalse in Germania, nella Svizzera in Francia e nei Paesi Bassi. La questione dell’organizzazione col sistema presbiteriano fu ripresa dalla Confessione di fede di Westminster del 1646 dove, all’articolo 31, si chiarisce la separazione tra questioni religiose e politiche, il tipo di autorità che possono avere i sinodi o concili e soprattutto il fatto che “…I sinodi o concili fin dai tempi apostolici, sia generali o circoscritti, possono errare ed molti hanno errato. Perciò non devono essere considerati come la regola di fede o di condotta, ma devono essere usati come un aiuto per entrambe.” Le chiese Presbiteriane che accettano la confessione Belgica, il Catechismo di Heidelberg, la Confessione di Westminister eleggono una “sessione” (una specie di comitato) per ogni comunità, che ha il compito di governare gli affari correnti. La sessione è presieduta da un anziano. Quando le sessioni delle varie chiese si riuniscono, formano un concistoro. Infine, l’insieme delle assemblee regionali vengono definite “sinodi”. Due esempi di questa forma organizzativa sono la Chiesa valdese e la Chiesa Avventista.
Nella Chiesa Valdese i gradini dell’organizzazione sono costituiti rispettivamente dalla Chiesa Locale, dal Circuito, dal Distretto e dal Sinodo. Le elezioni avvengono in modo democratico con un sistema di rappresentanza proporzionale.
La Chiesa Avventista organizza le comunità attraverso dei comitati ( di cui fanno parte responsabili eletti per votazione dell’assemblea) presieduti da uno o più anziani. Al di sopra degli anziani, a presidiare un territorio, c’è il pastore. Tutte le comunità esprimono dei delegati, in proporzione al numero dei membri. L’assemblea dei delegati forma il Campo Missionario, che unito ad altri campi forma l’Unione, e – per via piramidale – la Divisione. I delegati di tutti campi contribuiscono a formare la Conferenza Generale, una assemblea mondiale coordinata da un presidente e da un comitato internazionale.
Il sistema congregazionalista fa riferimento diretto alle prime esperienze cristiane. Si ritiene che le comunità fossero sostanzialmente indipendenti tra loro, sorrette dai consigli degli anziani e dei diaconi, a loro volta eletti dalla chiesa. Il congregazionalismo mette alla base il principio che Gesù è l’unico vero capo della Chiesa e che tutti i membri sono dei sacerdoti. Le comunità eleggono i responsabili (diaconi, anziani o pastori), gestiscono direttamente le risorse economiche e umane, rifiutano procedimenti legati ad una gerarchia e insistono sull’uguaglianza di tutti i credenti. Viene accettata la possibilità di unire le comunità per programmi evangelistici condivisi o gestire alcuni aspetti fondamentali, nel rispetto dell’autonomia locale. Sembrano confortare questo punto di vista i passi di Atti 14:23 e 2Cor. 8:19, 2 Cor. 8:23 da cui si deduce che la chiesa elegge “per alzata di mano” anziani e diaconi; esercita la disciplina (1 Cor. 2:6); valuta le questioni dottrinali (Atti 15:4 con 15:6, 12, 22) e invia i predicatori (Atti 13: 2-3). Il modello congregazionalista probabilmente fu il primo adottato spontaneamente dai cristiani, anche se dopo pochi decenni di esperienze cominciò a prevalere un sistema misto. I sostenitori del sistema presbiteriano vedono nel Concilio di Gerusalemme una forma di organizzazione superiore, piramidale, che prevale sulle chiese e che ad esse può dettare dottrine od orientamenti. L’incontro di Gerusalemme però, sebbene sia ritenuto universalmente il primo concilio, non si può dire che avesse rispettato un criterio di rappresentanza elettiva e proporzionale, non previde la partecipazione di tutte le chiese allora fondate, non evidenzia una struttura organizzativa gerarchica definita. Fu un’esperienza unica e possiamo anche dire sporadica, che si limitò a trovare un accordo sulla questione della circoncisione e delle leggi cerimoniali. Accordo che peraltro fu largamente disatteso da molte chiese e “aggirato” da alcuni apostoli, come dimostrano le epistole di Paolo e le vicende narrate in Atti 21:15-26. Per un vero concilio bisognerà attendere Nicea (328 d.C.), grazie all’imperatore Costantino, il quale pagò le spese di viaggio ai vescovi della cristianità testimoniando come il potere politico stesse già mettendo le mani sull’organizzazione della chiesa. Si racconta, ad esemplificare l’atmosfera che regnò, che il vescovo Nicola di Mira (oggi venerato come san Nicola di Bari) prese addirittura a schiaffi l’oppositore Ario. Non è difficile fare la riflessione che al migliorare dell’organizzazione non corrispose certo un aumento della spiritualità... tempi degli apostoli erano evidentemente passati, nonostante il perfezionarsi dell’organizzazione.
Nel corso dei secoli anabattisti e comunità di base adottarono modelli di tipo congregazionalista, pur essendo osteggiati sia dai cattolici che dai protestanti, i quali credevano che la chiesa dovesse essere una e governata in modo uniforme. Fu così che i congregazionalisti finirono spesso per essere definiti “indipendenti”. Un passaggio teorico importante si ebbe con Robert Browne (1553-1633) che pubblicò in Olanda nel 1582 un trattato dove si esponevano i principi di questa forma organizzativa (Reformation without Tarrying for Anie): libertà di incontrarsi, autonomia rispetto alle gerarchie dei vescovi e dei giudici secolari, possibilità delle assemblee di credenti di ordinare anziani e diaconi, indipendenza da vescovi e magistrati, ordinazione degli anziani da parte di tutti i credenti. Viste le difficoltà incontrate nell’Inghilterra anglicana la maggior parte dei credenti congregazionalisti emigrarono in Olanda e poi negli Stati Uniti, dove fu determinante l’opera di John Robinson (1575-1625). Fondamentale è per essi la Dichiarazione di Savoy del 1658 in cui si fissano i principi di questa forma organizzativa. Esempi di congregazionalismo sono la Chiesa Battista e diverse comunità Pentecostali.
Il sistema episcopale (governo dei vescovi) cominciò ad affermarsi, come è stato visto, a partire dal III secolo d.C. In questo modello il governo i vescovi, che possono avere come capo un arcivescovo (Chiesa Anglicana) o un papa (Chiesa Cattolica) sono i responsabili delle comunità. La differenza importante è la struttura piramidale dei poteri, con una gerarchia vera e propria da cui dipendono tute le decisioni importanti sia in senso teologico che organizzativo e pastorale. Questa forma organizzativa nella Chiesa Cattolica vede il Pontefice che governa, con l’aiuto dei vescovi e dei cardinali. L’ipotesi teologica è che Gesù stesso abbia conferito un mandato e un primato a Pietro, il quale lo ha poi tramandato ai suoi successori (i papi) fino ai nostri tempi. Quando il papa, congiuntamente con l’assemblea dei vescovi, enuncia formalmente un dogma, una verità di fede, egli è infallibile e in questo viene guidato dallo Spirito Santo. Nella Chiesa Ortodossa viene rifiutato il primato di un papa e, seppure con le dovute distinzioni di onore, i patriarchi sono tutti uguali. Il governo, dunque, pur essendo di tipo piramidale e gerarchico ha – per così dire – al vertice una piramide tronca, in cui non viene riconosciuto un solo capo, ma un gruppo di responsabili. Nella Chiesa Anglicana il responsabile assoluto della comunità è il re, coadiuvato dall’Arcivescovo, il quale però non si fregia delle caratteristiche di infallibilità e del titolo di “vicario di Cristo” come fa il papa romano.
La chiesa tra contenuto e forme
Le considerazioni sopra esposte, se viste da un punto di osservazione storica, rivelano come il messaggio di Gesù non sia stato – di fatto – portato avanti da un’organizzazione esclusiva. Non ci sono modelli organizzativi unici, successioni dirette, primati dimostrabili. L’eredità della predicazione e della fede somiglia ad una fiaccola che viene passata da un testimone all’altro, e che a volte viene portata avanti da interi gruppi di testimoni. Naturalmente queste conclusioni possono provocare imbarazzo. Molti credenti sentirebbero un senso di vuoto nel pensare che la loro denominazione non è l’unica depositaria della verità e che i loro ministri o dirigenti non custodiscono alcun monopolio divino. La tendenza ad affidarsi ad un’istituzione e a sentirsi rassicurati da un sistema che fornisce “cibo e assistenza” pronti all’uso è diffusa. Il venir meno dell’idea di una sola istituzione eletta da Dio, guidate e infallibile induce un senso di incertezza.
Nonostante ciò, il Vangelo ci mette davanti una realtà più semplice, ma allo stesso tempo ci chiama ad una fede più adulta, capace di cogliere nella complessità lo stesso amore di Dio, la stessa attenzione del Padre, la stessa premura per ciascuno e per ciascun tentativo di portare avanti la sua Parola.
Ogni denominazione difende la propria esistenza in virtù dell’adesione a principi, dottrine e aspetti teologici ritenuti fondamentali. Ciò che si crede è importante, almeno tanto quanto il come si crede. In tutto ciò il fedele deve trovare una direzione chiara attraverso la luce della Scrittura. La Chiesa è fondamento e colonna della Verità. La Scrittura ci ricorda che ..Qui è la pazienza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio ed hanno la fede di Gesù (Apocalisse 14:12). Osservare dunque i comandamenti di Dio e vivere attraverso la grazia della fede sono gli elementi basilari per essere componenti della chiesa di Dio. Giovanni ricorda che da questo noi sappiamo di conoscerlo: se osserviamo i suoi comandamenti. Se uno dice di averlo conosciuto e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo e la verità non è in lui. (I Giovanni2:3-4)
Quanto ai luoghi e ai simboli delle istituzioni, Gesù, come è stato ricordato, ci richiama ad un’adorazione non soggetta da questi condizionamenti. La donna samaritana viene espressamente invitata a non pensare in termini dualistici: Gerusalemme o Samaria, la chiesa vera e quella falsa. Il Maestro vuole superare i monopoli della fede: L’ora viene – dice – anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede (Giovanni 4:23).
Quando ci chiediamo, alla fin fine, cosa è una chiesa, Cristo dice che essa - più che un’organizzazione – è un atto, un comportamento, un’azione di comunione/condivisione. Si è chiesa non già quando gli elettori hanno nominato le cariche e attribuito gli uffici, ma semplicemente quando il Signore è presente. E la condizione che ha lasciato è di una semplicità disarmante ... Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.
Questo vuol dire che il problema della vera chiesa non si risolve, quantomeno non completamente, a suon di dottrine, di contraddittori vinti, di trattati teologici. Perché a nulla servono le dottrine se la chiesa continua a passare la maggior parte del suo tempo a giudicare il mondo o le chiese consorelle. Mentre il Maestro aveva dichiarato esplicitamente che egli non era venuto a giudicare il mondo ma a salvarlo (Giovanni 3:17). Non possiamo essere chiesa vera se pratichiamo la teologia dell’ esclusione e non quella dell’accoglienza. Se i nostri atti, le nostre dichiarazioni e i nostri comportamenti sono diretti a discriminare, selezionare, indottrinare, anziché cercare, accogliere, salvare. La chiesa non ha solo il dovere di predicare, a meno che questo non significhi anche stare dalla parte dei deboli, degli emarginati, di coloro che sono pecora smarrita nel senso della direzione della loro vita e delle loro fragilità.
Non possiamo, infine, pensare di essere una vera comunità di seguaci di Gesù se permettiamo ai nostri dirigenti, alle nostre organizzazioni di prendere il posto di guida, di controllo e monopolio delle coscienze. Non possiamo permettere a regolamenti umani, esigenze manageriali, apparati burocratici di prendere il sopravvento sulla Buona Novella di libertà per i ciechi, gli zoppi, gli affamati e gli ultimi della Terra. L’organizzazione, sebbene necessaria, è fatta per la chiesa e non la chiesa per l’organizzazione. La chiesa, a sua volta, è soggetta alla Parola di Dio e non già la Parola deve essere soggetta alla chiesa. Perché come cristiani e come evangelici vogliamo riaffermare a chiare lettere che solo in Gesù è la salvezza e solo lui è il nostro capo. Solo la croce è la nostra redenzione, solo l’amore il segnale inconfondibile, il suggello che nessuno può imitare veramente, il profumo di Dio che comunica vita a vita a tutti gli uomini. Perché forse il nostro più urgente bisogno non è solo quello di essere La Vera Chiesa, ma semplicemente essere una chiesa vera.