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Eluana Englaro, l’altro pensiero cristiano

Eluana Englaro, l’altro pensiero cristiano

 

Biagio Tinghino

 

Non sapeva, poveretta, che con il suo incidente avvenuto nel 1992 si sarebbe addirittura guadagnata un posto nella più famosa enciclopedia on-line: Wikipedia.  Eluana Englaro è in stato vegetativo permanente da allora. Una situazione che vede il suo corpo bisognoso di ricevere cibo e idratazione dall’esterno, ma la sua mente ormai assente da tempo, il cervello assolutamente privo di attività cosciente. Dopo una trafila giudiziaria durata anni, il padre di Eluana, Peppino, ha ottenuto il 9 luglio scorso una sentenza della Corte d’Appello Civile di Milano che in qualità di tutore lo autorizzava a interrompere i trattamenti e porre fine così alla vita artificiale della figlia. Ma le suore Misericordine di Como, che dal 1994 hanno in “cura” la ragazza si sono opposte. E con loro anche Giuliano Ferrara, Magdi Allam, i cattolici praticanti e una folta schiera di persone che si autodefiniscono “paladine del diritto alla vita”.

Il 16 dicembre, quando tutti i gradi di giudizio erano stati conclusi e la vicenda sembrava stesse avviandosi alla fine, il Ministro Sacconi è intervenuto per far sapere che nelle strutture sanitarie italiane nessuno poteva sospendere cibo e idratazione ai pazienti, anche molto gravi. Un modo molto esplicito per avvertire la clinica privata convenzionata di Udine che aveva espresso la volontà di assistere Eluana nelle ultime fasi della vita di non procedere, almeno se ci teneva a non vedersi revocato l’accordo col Sistema Sanitario Nazionale.

Come spesso succede in queste occasioni le fazioni si accendono di polemica, dibattiti, dichiarazioni di principi e di sostegno ai “principi assoluti”. La Chiesa di Roma, ovviamente, ha sostenuto un ruolo di primo piano nell’orientare gli esperti, l’opinione pubblica e soprattutto i politici. Sembra che non possano esistere che due partiti: quello a favore e quello contro la vita. I Guelfi e i Ghibellini. E’ la replica della discussa vicenda americana di Terry Schiavo. Il ruolo che negli Stati Uniti fu sostenuto dalla destra evangelica, in Italia è completamente assimilato a quello del Vaticano, con una strana coincidenza ideologica: quella di identificarsi con l’unico punto di vista cristiano. Tanto che frequentemente gli stessi giornalisti dimenticano che esistono altri credenti, tra cui molti di fede protestante, che hanno una posizione diversa.

Vorrei proporre qui un punto di vista che, pur di ispirazione cristiana, è in un certo senso alternativo, critico, sebbene non definitivo. Queste considerazioni, che non sempre conducono ad una risposta, possono però modificare il senso che troppo superficialmente si attribuisce al valore della vita, almeno inteso biblicamente. Nel fare questo tengo esplicitamente in considerazione alcune riflessioni formulate, in un suo recente lavoro, in modo molto acuto da Paolo Ricca, noto teologo valdese, ma anche da altri esponenti del pensiero evangelico.

Le dichiarazioni di quanti negano ad Eluana il diritto di non essere più assistita si basano sull’idea che il credente debba in qualsiasi caso dire “no alla morte” e che la “vita è un dono di Dio”.

Entrambe queste affermazioni sono sottoscrivibili e pienamente accettabili. Almeno sul piano teorico. I problemi vengono quando, dietro le dichiarazioni formali, cominciamo ad interrogarci sul fatto che un cristiano possa e debba sempre lottare contro la morte.

Innanzi tutto viene da chiedersi perché la morte debba essere temuta, quando lo stesso Gesù ci invita a “…non temere quelli che uccidono il corpo, ma quelli che possono uccidere l’anima” (Mt 10.28). Nel Vangelo la morte è paragonata ad un “sonno”, una pausa che interrompe la vita terrena e si frappone con quella che ricomincerà dopo la resurrezione. L’accento è spostato dalla fine fisica a quella spirituale. Lo stesso apostolo Paolo sostiene che  “Ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è cosa di gran lunga migliore…” (Filippesi 1.21-23). Per quale motivo, dunque, bisognerebbe accanirsi per continuare la vita del corpo quando la mente, la coscienza, ogni attività superiore è definitivamente finita? Mi sembra quindi che una visione cristiana, lungi dal focalizzarsi sul come si muore fisicamente, dovrebbe tenere in considerazione gli aspetti più coscienti e psicologici di questo passaggio, sapendo che non è la fine del corpo a risultare decisiva ma il bilancio tra il bene e il male, tra una vita vissuta pienamente e con la ricchezza della fede e una vita iniqua. Il Vangelo, insomma, ci ricorda la priorità dell’etica della vita vissuta, più che l’etica del morire.

Il secondo principio, che “la vita è sacra perché è un dono di Dio”, è un pilastro della fede, ma facilmente si trasforma in un paravento dietro il quale le definizioni nascondono una frequente vacuità sostanziale. Da un punto di vista laico sarebbe facile obiettare che se una esistenza deve sorreggersi sull’energia vitale data da Dio, gli uomini dovrebbero star fermi. Se il Creatore è anche il “padrone della vita” non può esserlo il medico né la persona stessa. Ora, o Dio interviene miracolosamente o interviene attraverso la Natura.

 La Chiesa di Roma proibisce l’inseminazione artificiale se è procurata “non secondo natura”, per lo stesso motivo condanna l’uso di anticoncezionali (tranne quelli “naturali”). Lasciamo perdere poi gli elenchi, nutriti e costruiti nei secoli, sul come dovesse svolgersi l’atto sessuale per essere, anch’esso, coerente con la “Natura”.  Sono concetti confusi e un po’ troppo idealizzati, frutto di un pensiero magico, molto distante dal reale. Ci si dimentica che, da un punto di vista biblico, la Natura è “decaduta a causa del peccato”, come dire che non può essere presa come modello e come legge, soprattutto nei risvolti etici. Usando una definizione di Leopardi ci accorgiamo addirittura che spesso essa è “matrigna”, portatrice di devastazioni, catastrofi, lutti, dolore e distruzione. Gli animali si divorano a vicenda, i più deboli servono di cibo ai più forti. E infine: cos’è naturale e cosa artificiale ai nostri giorni? E’ naturale una protesi all’anca? Una dentiera? Una trasfusione, un trapianto? Na connessione ad internet?  Se la Natura avesse avuto il suo corso, Eluana si sarebbe spenta pochi minuti dopo il tragico incidente. Ma così non è stato perché l’uomo (non Dio, si badi bene), l’uomo ha interposto dei mezzi, delle tecniche artificiali per prolungare le funzioni vegetative del suo corpo. Rispettare la vita non comprende, io credo, il fatto che la medicina o gli uomini possano mettersi a “giocare a fare Dio”, accanendosi sul corpo, contro il decorso naturale delle cose, privando di senso la complessità del vivere e riducendolo ad un esasperato esperimento di laboratorio.

Resta peraltro ambigua una definizione di vita da difendere ad ogni costo da parte di chi in realtà accetta perfino l’omicidio per legittima difesa. Cappellani, pastori e preti di tutte le confessioni cristiane (o quasi tutte), continuano a benedire le armi dei propri eserciti, pregare l’Onnipotente perché dia la vittoria alla propria fazione, contro l’altra. E tutto questo è ritenuto “cristianamente” lecito. A parte le dichiarazioni di comodo, gli evangelici di Bush hanno sostenuto la guerra in Iraq e il Vaticano fino a qualche decennio fa aveva la pena di morte tra le leggi del suo piccolo stato.  Dov’è in ciò la difesa a oltranza della vita? Perché la parola “obiezione di coscienza” è un diktat morale contro l’aborto e non lo è contro la guerra? Dimentichiamo che Don Milani fu citato in giudizio, grazie all’accusa dei suoi colleghi cappellani militari, per aver difeso un obiettore di coscienza (uno che non voleva prepararsi ad uccidere gli adulti)? Ancora: l’ossessione per le pratiche naturali ha scoraggiato in Africa l’uso del profilattico e così il 10% della popolazione è sieropositiva per HIV. Questa si può definire difesa della vita?

Mi si permetta di aggiungere una riflessione sul senso della parola “vita”, più che sulle dichiarazioni di principio. A me sembra che ci sia un significato generale e uno particolare, ossia – quest’ultimo – soggettivo, legato al pensiero, alle emozioni, ai valori della singola persona umana. Dire che esiste un senso nel vivere comprende anche porsi in una posizione di ascolto verso ciò che esprime l’uomo o la donna che ci sta di fronte. Talvolta la persona non ci parla di principi astratti, ma della sua sofferenza, del dolore insopportabile che attraversa. L’ascolto parte da qui, non dalla dottrina della Chiesa. Il ritornello che viene spesso ripetuto è quello che vorrebbe convincere l’interlocutore che “la sofferenza ha un senso”. Recentemente un ascoltatore di Radio24 ha chiesto, durante una trasmissione, di continuare ad alimentare Eluana perché secondo lui in questo modo la ragazza si starebbe guadagnando il Regno dei Cieli. Questa idea espiatoria del dolore, oltre che il frutto di una nevrosi teologica, è decisamente contraria al pensiero evangelico. E’ un modo per chiudersi le orecchie davanti alle richieste di milioni di persone che soffrono, di pontificare sentenze che – come quelle degli amici di Giobbe – non solo non sono di nessun aiuto, ma aggravano perfino il dolore di chi già è stato colpito da una disgrazia.

Nel Vangelo esiste un brano (quello del “cieco nato”) in cui a Gesù viene posto il dubbio che la malattia congenita fosse frutto di una colpa propria o dei genitori (“Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?”). Il Maestro taglia corto e dice senza mezzi termini che non ha peccato nessuno, ma “è così”. Ossia la sofferenza e la malattia non debbono essere caricate di colpe presunte, ma accettate in quanto “realtà” possibile nella vita di tutti i giorni. Il Vangelo mostra un Gesù che non incoraggia i malati a soffrire, ma si adopera per dare guarigione e vita. Egli ha sofferto per tutti e, facendo questo, ha esonerato chiunque a pensare alla sofferenza come strumento di redenzione.

“Vita”, infine, è un contenitore che va riempito di significati pratici, che non si accontenta di slogan moraleggianti. Vita è capacità di decidere, di essere felici, di provare emozioni, libertà di agire, di pensare. Non il semplice segno di un elettrocardiogramma, o un movimento meccanico dell’apparato respiratorio. Ogni caso è diverso, ma la questione fondamentale è essere capaci di ascoltare la domanda che viene dalla sofferenza, porsi con un atteggiamento riflessivo e operante verso l’altro che dipende da noi. Non comprendo come si possa essere cristiani e allo stesso tempo andare contro i bisogni dell’uomo, come si possa difendere la vita nei suoi valori più autentici e poi interpretarla attraverso un banale organicismo anatomico. Può un cristiano, per difendere un principio astratto, diventare la “mano nemica che prolunga la morte” (Ermanno Gerne)?

Pur senza dare risposte definitive, senza certezze ontologicamente date, dovremmo lasciarci permeare da queste domande. Chi avrebbe voluto una posizione schierata resterà deluso. Forse non sentiremo il sostegno della fazione che sta da una parte o dall’altra, ma quel che conta è stare dalla parte dell’uomo, ricordandoci però che anche Dio ha fatto una volta questa scelta.

 

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