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Thursday, September 09, 2010 ..:: Fede e Società » Assoluto e Relativo ::.. Register  Login
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Fede e Società

 

ASSOLUTO E RELATIVO

 

 

La fede è relativa all’evento in cui crede e che diventerà assoluto solamente nel giorno del suo compiersi. Chi assolutizza prima ciò che deve restare relativo cade nell’impazienza fondamentalista. Ma chi relativizza troppo fino a non aspettare più nulla dal futuro consegna la storia allo sbadiglio dell’indifferenza e del tedio

 

 

 

 

 

   Vive nell’assoluto chi possiede la verità indiscutibile e certa di un avvenimento o di un oggetto: perché lo tocca con mano, perché nessuno può dire nulla in contrario essendoci prove condivise da tutti su quel che è o è già stato. Mancando verifica, prove e condivisione l’assoluto scompare e tutto resta relativo, relativo all’opinione di ognuno.

Ma questo vale fin tanto che abbiamo a che fare col presente o col passato. Col futuro infatti l’assoluto comunque scompare: nessuno di noi per quanto giovane e in buona salute è assolutamente certo di essere ancora in vita tra un paio di giorni. Il futuro è comunque il luogo di ciò che non sappiamo, dunque della fede, religiosa o secolarizzata che sia. Persino le prove scientifiche, ora ritenute certe da tutti, domani potrebbero essere con altrettanta certezza confutate da altre. Anzi, come ci ha insegnato Popper, è proprio “la ricerca scientifica il metodo migliore per illuminarci circa il nostro non sapere” (Alla ricerca di un mondo migliore). L’idea stessa di progresso illimitato che ci viene dalla potenza della scienza e della tecnica, ci costringe alla convinzione che mai si potrà pervenire alla verità in maniera certa e assoluta. Il nostro mondo secolarizzato scaturisce dal senso della storia che gli ha consegnato quell’esperienza ebraico-cristiana che ha al proprio centro la fede. Abbiamo cancellato la fede in Dio ma siamo comunque costretti a viaggiare sugli incerti orizzonti di una speranza aperta all’imprevedibilità del futuro.

Chi vive nel relativo della fede può essere in ogni momento spiazzato e dunque chiamato a cambiare idea e percorso. Così è accaduto ad Abramo, il quale, credendo nella parola di Dio partì, senza sapere bene dove sarebbe finito. Abramo semplicemente sperava aprendosi fiducioso a quel futuro che Dio volta per volta gli avrebbe indicato lungo il cammino. Non solo, ma poteva anche accadere che Dio stesso cambiasse idea di fronte alle obiezioni di Abramo. In fondo il futuro, così come ci indica la Bibbia, è frutto non soltanto del desiderio e della potenza di Dio, ma anche del desiderio e dell’invocazione dell’umanità. La libertà che ci ha regalato costringe Dio stesso, in qualche modo, negli angusti orizzonti della speranza e del relativo.

Mancando Dio, l’apertura al mai ancora visto della fede resta, ma procedendo a gradi, secondo le nostre smanie di costruire da soli il futuro, toccando ogni volta con mano dei piccoli assoluti ai quali si riserva molta importanza. E in questo vi è certamente una sorta di idolatria, di voglia d’erigere il nostro “vitello d’oro”. Pochissimi tra noi sono ancora disposti a piegare il ginocchio davanti a Dio, mentre si è davvero in tanti a piegarlo davanti all’idolo di turno.

La fede nella verità rivelata è “fondamento”, certo (Eb 11,1), ma di una speranza rivolta a ciò che non si vede e dunque assolutamente relativa a quanto deve ancora accadere. E anche quando ci rivolgiamo al passato, venendo per esempio a sapere che un falegname Galileo ai tempi di Pilato vinse la morte e ascese al cielo, tutto è per noi relativo al nostro credere, mentre la nostra ragione non può alla fine che barcamenarsi  nel mare magnum delle interpretazioni. L’ermeneutica appartiene totalmente al regno del relativo.

Ormai ci si è fatta l’idea che un po’ tutte le religioni si equivalgono, sia per chi crede che per chi non crede. A rimanere assolutamente legati all’unicità della propria, come in un compartimento stagno, sono rimasti i fondamentalisti, ma anch’essi sono ormai costretti a chiudersi talmente al mondo e alla storia che prima o poi rischiano di finire nel più ingenuo relativismo, quello che si rapporta di continuo al guru nel chiuso della propria organizzazione. Il fondamentalista finisce così per rifiutare il dono più grande che ci ha fatto Dio: la libertà.

Al rigido fondamentalismo corrisponde un relativismo di superficie che lascia sempre più da parte l’essenziale che contraddistingue ogni religione: quando tutto finisce per essere interscambiabile lo smarrimento cresce, poiché significa che nulla testimonia davvero l’assoluto. Mentre il fondamentalista è chiuso e serioso, indisponibile a seguire una domanda in più che dovesse nascergli sul momento dal cuore, il relativista è prudente e leggero, aperto a tutto e a nulla, incline al sorriso di sufficienza davanti a chi dovesse prospettargli l’assoluto.

Né il relativista né il fondamentalista avrebbero escogitato lo stratagemma del “dio ignoto” come fece Paolo (At 17,23): la fede autentica è un tenersi fermo al proprio fondamento con timore e tremore “tastando qua e là come ciechi” (At 17,27), in attesa del nuovo che ci è stato promesso. La salvezza non è mai programmabile, è troppo al di là del nostro calcolo e del nostro comprendere, non è mai un due più due quattro, ma uno scandaloso ribaltarsi della debolezza nella potenza, dell’impossibile nel possibile. Paolo ad Atene parlava di eventi assurdi secondo ragione, i filosofi non potevano che sorriderci sopra.

Ma andando un poco più a fondo ci accorgiamo che la nostra superba pretesa di fare a meno di Dio e dell’assoluto, rivela sempre di più un ripiegamento, una rinuncia a comprendere come stanno davvero le cose. Semplicemente ci si rassegna. Ad una superbia umana mai vista prima, corrisponde così un indebolimento altrettanto epocale: solo ciò che funziona alla fine resta, solo la tecnica determina il vero, ma con sempre meno entusiasmo e fiducia. Di timori ne sperimentiamo ormai tanti, compreso il timore di non averne.

Günther Anders diceva che mai l’umanità potrà più togliersi in futuro l’incubo delle armi di distruzioni di massa: in ogni momento la spada che abbiamo sulla testa potrebbe cascarci addosso e senza magari nemmeno sapere per mano di chi. Anche il fatto che abbiamo smesso di preoccuparci di questo dai tempi della guerra fredda è un segnale di rassegnazione più che di sicurezza acquisita, d’indifferenza dovuta al relativo più che di speranza fondata sull’assoluto. Di quel che non si può mai sapere è meglio non pensarci troppo, e poi a furia di ripetere le cose tutto si indebolisce e viene a noia: nessuno più trema come una volta se un dittatore pazzo lancia missili all’impazzata mostrando i suoi muscoli, o un gruppo terroristico riesce a colpire in maniera sorprendente e originale.

Tutto sommato il terrorismo fondamentalista altro non è che l’altra faccia delle nostre società indifferenti e annoiate. Scomparsa la fede in Dio anche la memoria si fa corta e finiamo sempre più per contare nell’assoluto che tocchiamo qui e ora, accettando senza battere ciglio – come dice il “Criticone” ne Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus – “di respirare in un mondo che combatte guerre delle quali non può ritenere responsabile nessuno”. L’apostolo Paolo dice che “quando la gente dirà: ‘C’è pace e sicurezza!’, allora la rovina li colpirà” (1Ts 5,3).

La fede ha a che fare, come insegnano gli ebrei, col “non so” e col “forse”, con domande che vengono da una fame di redenzione mai soddisfatta. L’assoluto della salvezza è affidato a un anelito che potrà essere saziato soltanto nel momento in cui il Signore nostro verrà a redimere il mondo. Il concretissimo fatto della venuta del Signore nell’ultimo giorno sarà il sigillo dell’assoluto da sempre atteso che offrirà senso e pienezza a tutta la storia umana: tutto sta e cade con quell’evento lì. Abramo, Mosè, Gesù, Paolo di Tarso, con tutto ciò che hanno detto e testimoniato, sarebbero null’altro che reperti d’archeologia se un giorno i morti non dovessero risorgere.

La fede, contrariamente a quanto si pensa, non è il rifugio di chi teme l’incertezza, la mancanza di assoluto. Anzi, chi crede avanza incespicando nella notte in attesa che quanto è stato promesso si compia. Ma anche chi non crede, se è serio e pensoso non ha vita facile. La fiducia nella scienza che partorisce ormai idoli a raffica, ci sta sempre più consegnando a un futuro senza fine, un futuro che abbandona il passato e i morti nel regno dell’oblio. In noi vi è un timore ancor più radicale dell’antico timore della fine del mondo, dice il teologo Johan Baptist Metz, “il timore del fatto che in generale non ci sia una fine, che, per così dire, la fine individuale nella morte non trovi alcuna analogia con la fine del mondo”. Il timore che il dominio della scienza e della tecnica, del “culto della fattibilità”, abbia prodotto in tutti noi la sensazione di un tempo vuoto e “in-terminato, che matura nell’infinito e in cui tutto è incluso senza pietà” (Memoria passionis).

La fede cristiana crede che l’uomo di Nazaret sia vivo e che un giorno verrà a giudicare i vivi e i morti e che il suo regno non avrà fine. Soltanto se “la figura di questo mondo” passa (1Cor 7,31), il regno di Dio verrà. Perciò, se nessuna  “vedova” c’è più a bussare con insistenza alla porta del “giudice” dicendo: “Fammi giustizia!”, significa che la fede è scomparsa. È questa, non altra, la fede che Gesù teme di non trovare più al suo ritorno (Lc 18,1-8). Soltanto chi dice con tutto il cuore: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10), lo attende davvero.

La fede è sempre relativa e impastata di attesa fin quando ciò che ancora non si vede si vedrà. La fede è relativa all’evento in cui crede e che diventerà assoluto solamente nel giorno del suo compiersi. Chi assolutizza prima ciò che deve restare relativo cade nell’impazienza fondamentalista che ha già prodotto guai a non finire nella storia delle religioni. Ma anche chi relativizza troppo nella quiete del tutto si equivale, non aspettando più nulla dal futuro, non fa altro che consegnare la storia allo sbadiglio dell’indifferenza e del tedio.

Sergio Quinzio diceva che a minacciarci davvero ormai non è tanto “la presunzione di possedere la verità”,  ma la “radicale opinabilità di tutto”, il “vano e doloroso agitarsi per riempire il vuoto”. Dopo il fallimento degli “assoluti celesti” di ieri, abbiamo quello degli “assoluti terrestri” di oggi, e la vera tragedia “sta nel fatto che, per l’uomo contemporaneo, l’assoluto è inattingibile e, insieme, il relativo è invivibile”. È insomma accaduto a noi, dice ancora Quinzio, quel che era già accaduto a Dio, e cioè che nella incarnazione, passione e morte del Cristo, “il relativo più misero, più straziato dall’impotenza, riceve senso dalla coincidenza con l’assoluto divino”.

Per il relativo della scienza, certa è solo la morte, per il relativo della fede nemmeno quella. Nel cuore della fede sta la fiducia nell’assoluto degli assoluti, la fiducia in un evento che metta finalmente fine alla morte, che riscatti il passato, che lo giudichi con giustizia. Sì, redenzione è prima di tutto Dio che in futuro redimerà il passato, riscatterà i poveri, chiamati da Gesù “beati” solo in vista di tale riscatto.

Dunque tutto è relativo all’assoluto della redenzione, al giorno in cui, come diceva ancora Quinzio, vedremo “con i nostri terrestri occhi e non nei mistici abissi dei cieli, il volto dell’assoluto diventato carne mortale” (La croce e il nulla).

 

 

 

 

(questo contributo di Daniele Garota è apparso sulla rivista Koinonia, numero di ottobre 2009 [http://www.koinonia-online.it/index10-2009.htm]. Garota è scrittore di cose religiose; nella sua formazione è stato decisivo l’incontro con figure come Sergio Quinzio, Paolo De Benedetti, Guido Ceronetti; fra i suoi libri Una fede difficile e povera [Dehoniane, Bologna 1993], Credere con un figlio [Piemme, Casale Monferrato 1999], L’onnipotenza povera di Dio [Paoline, Milano 2001], Cosa crede chi crede? Alle radici della fede [Paoline, Milano 2008], Apocalisse [EMI, Bologna 2009]; con Massimo Iiritano ha curato un volume dedicato al pensiero di Quinzio: Il Messia povero. Nichilismo e salvezza in Sergio Quinzio [Rubbettino, Soveria Mannelli 2004])

 

 

Di Sergio Quinzio abbiamo già riprodotto:

 

http://nuke.avventismo.org/FedeeSocietà/AspettandoilNatale/tabid/299/Default.aspx

 

 

 

 

 

 

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