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Aspettando il Natale

Aspettando il Natale

 

Ogni anno Gesù viene a salvarci, ogni anno ripetiamo questo straordinario annuncio... ma ci crediamo ancora?

 

 

 

Aspettiamo sempre qualcosa, il ritmo delle nostre giornate è scandito dall’attesa delle “notizie”: chi ha vinto e chi ha perso nella domenica calcistica? che tempo farà domani? che novità ci sono su Tangentopoli, sulla mafia, sul razzismo? quali nuove “manovre” ci prepara il governo? Ma in realtà noi non aspettiamo niente.

Nel senso che non aspettiamo più, non crediamo più, non immaginiamo più che possa accadere qualcosa di diverso per la nostra vita, che possa avvenire qualcosa di significativo che ne cambi il corso. Ci siamo più o meno abituati alle stesse preoccupazioni, alle stesse evasioni, alla stessa noia.

Che qualcosa di veramente decisivo possa avvenire per noi è invece l’annuncio che si chiama appunto dell’“Avvento”, con il quale, oggi, la Chiesa inizia il nuovo anno liturgico. E tuttavia è difficile far finta di non sapere che da quasi duemila anni questo cristiano Avvento avviene, ma tutto rimane, in noi e intorno a noi, pressappoco com’era, forse un po’ meglio, forse un po’ peggio. L’Avvento si è ridotto così a un messaggio soltanto rituale, che da venti secoli deve prepararci al Natale. Ogni anno Gesù viene a salvarci, ogni anno ripetiamo questo straordinario annuncio, ma il fatto stesso che continuiamo a ripeterlo sta lì a dimostrare che visibilmente non è accaduto nulla di determinante, di definitivamente salvifico per noi.

Ma che cosa sarebbe dovuto accadere? Ascoltando le omelie nelle nostre chiese, assuefatti come siamo a sentirci ripetere le antiche parole, non ne capiamo più nemmeno il senso. Il Vangelo è il “buon annuncio”, ma stranamente il tempo d’Avvento si apre con una lettera evangelica (Matteo 24,37-44) che sembra minacciarci più che consolarci. Si parla infatti di una venuta di Cristo simile al diluvio universale, che “inghiottì tutti” mentre senza sospettare nulla “mangiavano e bevevano”, salvando solo Noè con i suoi. La venuta di Cristo è poi ancora paragonata al ladro che viene di notte per “scassinare la casa”.

Siamo invitati, dunque, a vegliare, a vigilare, a tenerci pronti, non ad accogliere una beneficiata generale. Tocca sempre ancora a noi, insomma, almeno finora. Sebbene tutto venga da Dio, Egli esige che siamo noi a volerlo veramente.

Nei secoli passati, certamente molti cristiani hanno voluto, hanno sperato, hanno invocato, eppure siamo ancora qui, pressappoco allo stesso punto di prima. Non è bastato. Come facciamo, dopo tanto tempo, a non abbandonarci allo sconforto? Provo un brivido leggendo, nella Lettera di Paolo ai Romani propostaci oggi dalla liturgia, che “la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti” (ma che cos’erano i pochi anni allora trascorsi, di fronte a venti secoli di attesa?); o leggendo in un salmo ancora più antico, il 121, la mai esaudita preghiera per Gerusalemme: “Sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi”.

La speranza è difficile, perché è la cosa seria, che è passata e continua a passare per la croce. Ma al di fuori della speranza dell’Avvento c’è solo, e lo tocchiamo ogni giorno con le nostre mani, il cinismo che dilaga inarrestabile. Siamo sempre più stretti nel nodo di questa alternativa. Siamo schiacciati fra un’ormai lontanissima promessa – la quale ha fatto nascere in noi anche il sogno della modernità come liberazione dell’uomo – e una troppo lunga stanchezza, che dovremmo trovare la forza di sostenere.

Dove trovarla, questa forza, se non in Dio?

 

 

 

“La speranza dell’Avvento” è il titolo originale di questo articolo del biblista Sergio Quinzio (1927-1996) tratto dal volumetto I Vangeli della domenica (Adelphi, 1998): raccolta di cinquantadue omelie anomale apparse sul “Mattino” tra il 1992 e il 1993 con scadenza settimanale. Portatore di una fede/speranza cristiana “apocalittica” (assimilabile per molti versi a quella coltivata dai credenti avventisti), col suo commento l’Autore restituisce ai testi dell’Antico e del Nuovo Testamento la loro “scandalosa” forza originaria e li pone in costante rapporto con i mutamenti della storia, quindi proprio con quel mondo, il nostro, dove la parola evangelica sembra aver perso il suo spessore, la possibilità stessa di comunicarci ancora qualcosa di essenziale e decisivo. Chi voglia conoscere meglio il particolare approccio di Quinzio alle Scritture – un approccio senz’altro tra i più stimolanti e significativi anche per lettori non credenti – può consultare il catalogo delle edizioni Adelphi, presso cui sono usciti quasi tutti i suoi libri. [M.T.]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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