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L’educazione secondo la Bibbia

L’educazione secondo la Bibbia

 

Scuola fatta a casa. Le Sacre Scritture come libro di testo. Esistevano anche “scuole dei profeti”. Tra le materie: musica, danza e poesia. Ma il profeta biblico non passa la vita a prevedere il futuro

 

di Michele Turrisi

 

 

 

Il timore del Signore: fondamento dell’educazione ebraica

 

Presso gli Ebrei troviamo un tipo di educazione “sapienziale”. La “sapienza” ebraica ha una profonda, fondamentale valenza religiosa: come in genere quella orientale, è certo scienza pratica della vita, saggezza, discernimento, prudenza, rettitudine di vita, astuzia e perfino abilità professionale; ma prima di ogni altra cosa essa è comprensione della volontà di Dio, che ci aiuta ad organizzare la vita nel modo che a Lui piace. Così intesa, la sapienza è il vero bene da “acquistare” e non cedere. Il mezzo per giungere ad essa è l’osservanza della Legge di Dio. Dio dona la sapienza a quelli che gliela domandano con la preghiera, come ha fatto con Salomone. La sapienza porta alla salvezza, così come la stoltezza (cioè l’iniquità, l’empietà e la vita di peccato) porta alla rovina. Proviene da Dio, mira a Dio, considera ogni cosa dal punto di vista di Dio (si veda al riguardo il contributo “La sapienza della Bibbia” ospitato nella sezione Bibbia e dintorni/Meditazioni).

Il timore del Signore (timore filiale, naturalmente, e non servile) è una scuola di sapienza, è il principio della scienza (Proverbi 1,7; 9,10; 15,33; Giobbe 28,28; Salmo 111,10). Per un ebreo il timore di Dio corrisponde a ciò che noi chiamiamo religione. Esso è nello stesso tempo fonte e culmine di una saggezza profondamente religiosa, nella quale si sviluppa una relazione interpersonale con il Dio dell’Alleanza secondo una modalità per cui timore e amore, sottomissione e confidenza combaciano (cfr. Salmo 25,12-14; 112; Qoelet 12,13). Solo la vita vissuta alla luce della fede è la radice della sapienza, ci fa diventare sapienti. E il vero sapiente sa e riconosce che vero sapiente è solo Dio: a Lui perciò s’affida, in Lui confida e da Lui dipende.

Dio è l’unico, grande pedagogo del popolo ebraico. Nell’Antico Testamento il prototipo dei maestri è Dio; l’educazione è considerata una missione che Egli ha affidato di volta in volta ai Patriarchi, ai Giudici, ai Re, ai Sacerdoti e ai Profeti e che riceve valore dalla sua autorità e sanzione. Al Sinai Dio rinnova con gli Israeliti l’Alleanza che aveva fatto con i loro antenati Abramo Isacco e Giacobbe, e insegna loro leggi e norme speciali, tra le quali i Dieci Comandamenti (cfr. Esodo capp. 19-24). Ubbidire a Yahweh è la sapienza d’Israele. Nessuna grande nazione possiede leggi e norme giuste, come gli insegnamenti del Signore trasmessi per mezzo di Mosè (cfr. Deuteronomio 4,1-9): “Osservatele con impegno: mostreranno la vostra saggezza e la vostra intelligenza di fronte agli altri popoli. Quando essi sentiranno parlare di tutte queste leggi, diranno: ‘Questa grande nazione è l’unico popolo saggio e intelligente!’” (Deuteronomio 4,6).

Ora, l’Alleanza è un reciproco impegno per cui all’elezione e alla benevolenza di Dio corrisponde, da parte d’Israele, il dovere di aderire ai precetti divini, che abbracciano ogni aspetto della vita: individuale e collettivo, religioso e civile. Per l’ebreo, l’insegnamento biblico (per Bibbia intendendosi qui solo le Scritture Ebraiche, “Antico Testamento” nella denominazione cristiana) è la meravigliosa manifestazione della volontà di Dio per tutti i settori della vita. La Bibbia o Torà (termine ebraico che significa “insegnamento”) costituisce l’insegnamento per eccellenza il cui scopo è l’educazione del popolo, affinché esso sia preparato a divenire un educatore di genti, una guida morale per gli altri popoli. Insomma, la Bibbia è il principale e più completo strumento pedagogico dell’ebraismo; e più che una teoria pedagogica sistematica vi si trova un vero e proprio sistema di vita.

Tre sono in particolare i termini ebraici ricorrenti nella Bibbia che hanno da fare con i due atti basilari dell’educazione, ossia l’insegnare e l’apprendere:

1.   Torah: il senso primario di questa parola è “educazione”, “istruzione”, “direzione data” (cfr. 1 Samuele 12,23; Giobbe 22,22). La Torà regola l’esistenza; è sinonimo di vita decorosa o norma di condotta, nei rapporti sociali e con Dio: è dunque “la legge” (cfr. Giosuè 24,26; Salmo 40,9; 78,5).

2.   Lamad: “apprendere attraverso la vista” (cfr. Salmo 106,35); significa anche “studiare” o “fare apprendere” (cfr. Salmo 119,71; 71,17; 94,10; Isaia 50,4).

3.   Musar: esprime l’idea di insegnare unita alla disciplina, alla correzione; significa infatti “istruzione attraverso la correzione” (cfr. Giobbe 5,17; Salmo 50,17; 94,12; Deuteronomio 8,5; Amos 4,6).

 

 

 

La famiglia, luogo primario dell’educazione

 

Fin dall’antichità biblica, l’educazione e l’istruzione della prole spettavano ai genitori, i quali la educavano nelle prescrizioni divine ricevute dagli antenati e nelle tradizioni religiose e nazionali. La Bibbia del resto offriva ai genitori ampio argomento per le conversazioni con i figli. Il Signore stesso, per mezzo di Mosè e Aronne, aveva incaricato i genitori di raccontare ai figli le vicende felici e tristi del popolo ebraico (cfr. Esodo 10,2; 12,21-28), spiegando loro per quali ideali esso aveva combattuto e indicando gli insegnamenti da trarre dai tremendi fatti storici di cui Israele era stato protagonista. Gli Israeliti incaricavano i figli di trasmettere ai discendenti quanto avevano appreso. Da allora tale principio di trasmissione fu praticato costantemente in seno al popolo ebraico (cfr. Salmo 78,3-4).

Al contrario di quanto avveniva nell’antico Egitto e tra gli Assiro-Babilonesi, presso i quali l’educazione consisteva nel tramandare il sapere di generazione in generazione all’interno di classi privilegiate, Israele conosce un’educazione – sia pure elementare – per tutto il popolo, senza distinzioni di classi. Alla base dell’educazione ebraica c’erano l’istruzione religiosa (cfr. Genesi 18,19; Esodo 13,8; Deuteronomio 4,9 ss.; 11,1 ss.) e i doveri verso i genitori (cfr. Esodo 20,12; Levitico 19,3; Deuteronomio 27,16; Proverbi 1,8). Come appare dal libro dei Proverbi, l’educazione era molto severa (3,12; 13,24; 15,5; 22,6; 29,15; ecc.).

L’educazione dei figli nei primi anni di vita era di competenza della madre (cfr. Proverbi 6,20; 31,1). Di solito la madre stessa allattava il bambino (cfr. Genesi 21,7; 1 Samuele1,23); ma poteva anche affidarlo a una nutrice, generalmente una schiava di fiducia (cfr. Genesi 24,59; 35,8; Rut 4,16; 2 Samuele 4,4; 2 Re 11,2). Lo svezzamento avveniva piuttosto tardi (cfr. Esodo 2,8-10; 1 Samuele 1,23): non prima di trenta mesi e addirittura dei tre anni. E il giorno in cui il bimbo veniva svezzato si organizzava una grande festa (cfr. Genesi 21,8). La madre aveva un ruolo fondamentale nei primi anni di vita del bambino; aveva l’incarico della sua educazione anche dopo lo svezzamento e gli insegnava a camminare (cfr. Osea 11,3). Dalla madre il bambino riceveva i primi insegnamenti, soprattutto di carattere morale, ed era guidato dai suoi consigli anche durante l’adolescenza e la giovinezza (cfr. Proverbi 31,1).

Le femmine restavano sotto la vigilanza della madre fino al giorno del matrimonio, imparando da questa a governare la casa (cfr. Proverbi 31,10-31) e a padroneggiare le arti domestiche come filare, tessere e cucinare (cfr. Esodo 35,25-26; 2 Samuele 13,8). I maschi, invece, dal quinto anno in poi passavano sotto la tutela del padre o, se appartenevano a famiglie distinte, erano affidati alle cure di un pedagogo/tutore (cfr. 2 Re 10,1-5; 1 Cronache 27,32; Isaia 49,23). L’educazione doveva rendere il giovane capace di affrontare la vita con successo. L’insegnamento professionale si fondava sulla trasmissione delle conoscenze tecniche ereditate dalle generazioni precedenti. Tali conoscenze riguardavano per lo più uffici e arti manuali, la pastorizia e l’agricoltura (cfr. Esodo 31,1-11). Ma non era affatto ignorato l’addestramento nelle arti propriamente dette, come la danza e la musica (cfr. 2 Samuele 6,14-15; Lamentazioni 5,14). Inoltre il padre non mancava d’insegnare ai figli a leggere, scrivere e contare. Questa educazione pratica si completava con elementi esterni all’ambiente familiare che i fanciulli potevano apprendere nelle visite con la famiglia ai santuari, nei pellegrinaggi a Gerusalemme o nelle cerimonie del tempio durante le grandi feste religiose e nazionali.

 

 

Le istituzioni educative

 

Non risulta dalla Bibbia che gli Israeliti avessero scuole nel senso comune della parola, né si ha documentazione di tali istituzioni fino al periodo ellenistico. Tuttavia non mancavano luoghi di educazione diversi dal focolare, nei quali i ragazzi imparavano arti e mestieri; e ciò si deduce sia da alcuni passi biblici, sia dal fatto che certi personaggi ebbero la missione di insegnare al popolo. Con tutta probabilità, poi, il palazzo reale e il Tempio garantivano l’istruzione della classe dirigente d’Israele.

L’Antico Testamento rivela che l’uso della scrittura era sufficientemente esteso. Gli Israeliti infatti ricevettero l’ordine di scrivere i precetti divini sugli stipiti delle loro case e all’ingresso delle città (Deuteronomio 6,9). Mosè comandò che si scrivesse a chiare lettere la legge su pietre intonacate di calce affinché tutti potessero leggerla (27,1-8). Ai tempi di Giosuè, tre uomini scelti da ogni tribù furono mandati a esplorare la terra promessa (Canaan) col compito di preparare una descrizione scritta del territorio e un piano di ripartizione delle terre: di sicuro dovevano essere uomini esperti nell’arte di misurare (Giosuè 18,1-10). Fra gli Israeliti vi erano anche uomini esperti nel parlare lingue straniere (2 Re 18,26), i quali conoscevano l’aramaico, che era la lingua internazionale del Medio Oriente. Il popolo comincerà a parlare l’aramaico solo durante l’esilio babilonese (586 a.C.); più tardi questa lingua diventerà la lingua parlata al posto dell’ebraico (Gesù infatti parlava in aramaico). Ricordiamo inoltre l’episodio del giovane di Succot il quale, fermato e interrogato da Gedeone, seppe mettere per iscritto i nomi dei capi e dei responsabili della città (Giudici 8,14).

 

 

Le “scuole dei profeti”

 

In esse molti ricevevano un’istruzione speciale. Pare che nel periodo dei Giudici (1200-1030 a.C.) il sacerdozio non avesse più molta influenza sul popolo. Così Samuele – l’ultimo dei Giudici e il primo dei Profeti – pensò di creare  e sviluppare una nuova potenza morale nel popolo, organizzando un “istituto profetico”. Ebbe tanto successo in tale impresa da essere considerato nella Scrittura come uno dei pilastri d’Israele, accanto a Mosè (Geremia 15,1; Salmo 99,6). Scuole o collegi  (gli antenati dei moderni seminari?) si costituirono prima a Rama (1 Samuele 19,18-20), poi a Betel (2 Re 2,3), Gerico (2,5), Galgala (4,38) e altrove (6,1). Sotto la direzione di un vecchio profeta, chiamato “padre” o “maestro” (1 Samuele 10,12; 2 Re 2,3), erano raccolti in queste scuole-confraternite giovani intelligenti che venivano istruiti nell’interpretazione delle sacre scritture (la Toràh), nella musica e nell’arte poetica. La relazione tra profezia musica e poesia non era una novità (Esodo 15,20-21; Giudici 4,4; 5,1) e continuò sino alla fine (1 Samuele 10,5; 2 Re 3,15; 1 Cronache 25,1-8). Ultimata la formazione, il profeta si dedicava al proprio ministero come maestro e guida spirituale del popolo, votandosi a una vita austera. (Va precisato che nel contesto biblico il profeta è anzitutto colui che, direttamente ispirato da Dio, parla a nome Suo e ne esprime la volontà e le richieste al popolo in una determinata situazione storica; pertanto, la profezia può contenere predizioni, ma non si identifica con esse).

 

 

Metodi d’insegnamento e formazione “religiosa”

 

Presso il popolo ebraico l’educazione in genere si atteneva al metodo dell’insegnamento orale mediante cui il maestro spiegava, interpretava, domandava e l’alunno faceva ricerche e rispondeva alle questioni poste dall’insegnante.

Dal libro dei Proverbi (e dagli altri libri cosiddetti “sapienziali”) sappiamo che l’insegnamento era impartito per mezzo di massime. Dopo l’esilio babilonese, l’istruzione si diffuse enormemente. A poco a poco si sostituì all’insegnamento per mezzo di massime quello più strettamente religioso fondato sulla Legge (ciò che noi chiamiamo Pentateuco). Si badi: “religioso” non ha qui un significato limitativo, perché la vita pubblica e privata dell’ebreo è fusa con la vita religiosa, e quindi l’“insegnamento religioso” abbraccia tutta l’educazione. Sorsero poi le sinagoghe (che erano edifici di culto e di studio allo stesso tempo), dove i rabbini (scribi e dottori della Legge) davano una regolare istruzione sulle sacre scritture (e più tardi anche sul Talmùd, la più grande raccolta di commenti rabbinici al Pentateuco e di insegnamenti ebraici postbiblici, di carattere religioso, liturgico e giuridico). Gli studenti dovevano imparare a memoria le numerose prescrizioni legali, come tuttora avviene nelle scuole coraniche.

Ogni maschio era tenuto a imparare un mestiere. L’apostolo Paolo, benché formato alla scuola di Gamaliele, uno dei più noti rabbini ebrei, era fabbricatore di tende (Atti 18,3; 22,3). Generalmente alle ragazze si davano i primissimi rudimenti del sapere, ma venivano istruite in casa. L’esistenza di scuole o case d’istruzione di tipo secolare è attestata al principio del II sec. a.C. e ai tempi di Gesù. Tra il 160 a.C. e il 70 d.C. vennero fondate in città e villaggi scuole elementari che i bambini iniziavano a frequentare a partire dai sei anni: gli insegnanti erano i maestri della Legge o scribi (Luca 5,17); le Scritture servivano come libri di lettura. A Gerusalemme c’era una scuola del Tempio per l’istruzione religiosa (Matteo 21,23; Luca 2,46; 20,1; Giovanni 18,20). Gli alunni sedevano sul suolo attorno al maestro (il quale invece sedeva sopra una cattedra; per questo Paolo diceva giustamente di essere stato educato “ai piedi di Gamaliele” – Atti 22,3), imparando brani a memoria, a leggere, scrivere e conteggiare. I più promettenti potevano frequentare scuole superiori.

 

 

Il fine dell’educazione

 

I personaggi che ebbero la missione d’insegnare al popolo furono:

 

a) Sacerdoti e Leviti: consacrati al servizio religioso nel santuario (dove offrivano sacrifici a nome di tutta la comunità), accanto a funzioni giudiziarie e di controllo sanitario avevano anche l’incarico di portare il popolo a vivere nella fede, guidandolo alla conoscenza e all’osservanza della Legge (Levitico 10,11; 2 Cronache 17,7-9; Aggeo 2,11; Deuteronomio 31,10-13).

b) Profeti: intendevano ricondurre il popolo agli antichi valori e ideali. Erano i portavoce di Dio: il messaggio che trasmettevano non era attinto dalla tradizione, ma rivelato direttamente da Dio. Essi comunicavano al popolo gli ammonimenti e le promesse del Signore, esortavano alla fedeltà e alla speranza, consolavano.

c) Sapienti: erano essenzialmente dei pedagoghi, gli educatori; uomini prudenti e letterati che nei confronti dei loro discepoli svolgevano le stesse funzioni dei padri verso i figli.

 

Lo scopo supremo cui deve mirare l’educazione è proprio l’acquisizione della sapienza. Ma come abbiamo visto sopra, nella Bibbia sapiente non è soltanto colui che è esperto nel suo lavoro o chi ha fatto molti studi e possiede molta scienza, ma chi è saggio in tutti i sensi: chi è capace di vivere e valutare le cose in modo avveduto e giusto; chi sa relazionarsi bene con la natura, con sé stesso e con gli altri; chi cerca di comprendere la volontà di Dio e osserva la Sua legge.

Dice infatti Gesù: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”, cioè, come altri traduce, “quelli che desiderano ardentemente ciò che Dio vuole” (Matteo 5,6); e i “poveri in spirito” (5,3), e i “piccoli” (11,25), aperti alla rivelazione divina.

 

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