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Il fascino moderno di un testo antico

Il fascino moderno di un testo antico


La Bibbia è la patria. L’etica dell’Occidente si basa sul Decalogo. E se per il credente la Bibbia è la lampada che illumina i suoi passi, per il non credente è comunque il grembo da cui viene

 

 

 

Mille anni e anche più per comporre il Libro dei Libri, in cui sono confluite tradizioni orali risalenti ad un tempo ben più lungo. Quello che colpisce ogni volta è la stratificazione straordinaria dei testi, che come Bibbia sono diventati il fondamento della civiltà ebraica e cristiana. Eppure anche la diseguaglianza degli scritti – afferma Gianfranco Ravasi, biblista finissimo – è un segno speciale di ciò che per i credenti è «Parola di Dio». «Accanto a vere e proprie opere compiute – spiega il prefetto della Biblioteca Ambrosiana – troviamo fascicoletti modesti come quello del profeta Aggeo. Ma anche questo ha un senso».

 

Monsignor Ravasi, che fare di questo intreccio di libri chiamato Bibbia?

«Proprio la molteplicità delle situazioni e delle composizioni significa che il mistero divino non è ancorato nel trascendente, ma si scopre nella quotidianità. È come nei dipinti di Chagall: gli angeli che spuntano da un comignolo del villaggio o l’ebreo che incontra Mosè girando l’angolo della sua casa. Qualcuno si meraviglia che l´Antico Testamento sia pieno di guerre, tensioni, miserie e grida. Vuol dire che Dio non si rivela nei cieli mitici e mistici, ma nel tempo e nello spazio dell’oggi».

 

E nel Nuovo Testamento?

«Il Divino si intride ancor più di temporalità e umanità. È il Dio che partecipa e che soffre. In questo senso la Bibbia è davvero diversa dalla tradizione musulmana, dove Dio è veramente totalmente altro. Lì Dio è come un sole, può riflettersi nella pozzanghera che è l´uomo, ma la pozzanghera resta pozzanghera».

 

C’è davvero un Dio della Bibbia o sono tanti Dei? Jahwè, Elohim, il Dio di Abramo, il Dio di Gesù.

«Certamente da un punto di vista storico il percorso di Israele verso il monoteismo è stato laborioso. La Bibbia stessa è piena di polemiche contro gli idoli e la tradizione cananea dove la divinità è maschio e femmina. Però bisogna tener conto della mentalità orientale. Politeismo e monoteismo sono concetti occidentali. Per l´orientale la molteplicità dei nomi riflette al fondo la ricchezza di qualità dell’unico dio. E in ultima analisi il rapporto di Israele è sempre con ‘una’ persona divina».

 

Al contemporaneo non credente o diversamente credente questa «parola di Dio» cosa può dire?

«Tante cose. Prendiamo il libro del Qohelet, l’Ecclesiaste. È l’espressione di una persona in crisi. Riflette l’uomo contemporaneo e la sua sfiducia nella storia. Gli eventi sembrano un disco rotto che si ripete. "C’è un tempo per vivere. C’è un tempo per morire. C’è un tempo per. C´è un tempo per". Ventotto movimenti di tempo ciclico e l´autore afferma che è più fortunato chi non ha visto la luce! Moderna è anche l´affermazione che dove c’è grande sapere, c´è grande tormento: lo specchio del dramma esistenziale. Tutto è fumo, tutto è vuoto».

 

A lei credente cristiano cosa dice?

«Che Dio è presente anche nella crisi, e persino dove sembra stare in silenzio».

 

C’è in Italia un’associazione "Biblia" che si batte da anni per un maggiore inserimento della Bibbia nell’istruzione italiana. Anche in questi giorni chiede un maggiore impegno per fare conoscere questo testo fondamentale.

«Sa cosa diceva Nietzsche, che pure era un avversario implacabile del cristianesimo? Tra ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e di Platone e ciò che avvertiamo alla lettura dei Salmi, passa la differenza tra un paese straniero e la patria. La Bibbia è la patria. L’etica dell’Occidente si basa sul Decalogo. E se per il credente la Bibbia è la lampada che illumina i suoi passi, per il non credente è comunque il grembo da cui viene. Valori nostri, identità, concetti come persona, amore e solidarietà hanno le loro radici nel testo biblico».

 

Tra le sue pagine troviamo una delle più alte e sofisticate definizioni della Divinità. "Io sono colui che sono".

«Pensare che la troviamo presso un popolo di pastori nomadi, di pecorai. In questa formula sono racchiusi ben tre momenti. "Io sono" è la scoperta di un Dio personale che parla, vuole, ha passioni e progetti. E al tempo stesso non è un nome, quindi Dio è indescrivibile. Ma "Io sono" annuncia anche al Faraone di lasciar libero il popolo di Israele, quindi la sua presenza non è quella di un imperatore impassibile nei cieli, ma è azione di liberazione».

 

Quale altro nome di Dio può citare?

«Lo si ritrova nel Nuovo Testamento. Dio è Amore. Il Dio che muore, che beve il calice dell’esistenza umana, soffre, conosce il limite. Rileggiamo la Passione e scopriremo i grumi fondamentali della nostra esistenza: l´abbandono da parte degli amici, il silenzio di Dio, la morte per soffocamento come quella sulla croce».

 

Dovesse indicare la molla, la dinamica interna che anima le pagine del Libro dei Libri?

«L´andare oltre e verso l´altro. Una tensione continua. Marx, non dimentichiamolo, è un ebreo e nella sua visione prospettica laica il messianismo diventa l´idea di una liberazione globale dell’umanità».

 

Il messianismo dell’Antico Testamento non dovrebbe concludersi con la venuta di Cristo?

«E invece no. Il Libro dell’Apocalisse rimanda ad una seconda venuta e così il cammino continua attraverso la conversione, attraverso la liberazione dalle strutture perverse, è una spinta a progredire verso la Nuova Gerusalemme dove non vi sarà più né morte né lutto né lamento né affanno».

 

In questo senso il ritmo biblico della storia può affascinare anche i laici?

«Sì, perché significa avere in sé il desiderio del futuro, la voglia di trasformare la realtà, l´inquietudine della ricerca. L´uomo d´oggi è stanco, accasciato, rassegnato. L´elemento biblico dell’utopia stimola invece ad andare avanti. C´è questa tensione escatologica. Ulisse, in fondo, guarda al passato, è la nostalgia dell’età dell’oro. Mentre il credente porta con sé il principio della speranza».

 

(articolo di Marco Politi apparso su “la Repubblica” dell’8 marzo 2005)

 

 

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