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lunedì 6 febbraio 2012 ..:: Agorà » Quale regola di fede? ::.. Registrazione  Login
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Premessa

      Questa sezione è finalizzata ad ospitare materiale rappresentativo di posizioni diverse ampiamente argomentate (per le opinioni e gli interventi brevi è a disposizione il Forum). Agorà è il luogo messo a disposizione dalla redazione di Avventismo.org per il confronto approfondito su temi più complessi o dottrine particolari, su cui non sempre esiste concordanza di punti di vista.

Quale regola di fede?

Quale regola di fede?

 

Una rivisitazione del principio protestante della sola scriptura

alla luce della teologia avventista

 

 

Biagio Tinghino
 

 

Problemata

 

       A distanza di più di cinque secoli, dopo la Riforma Protestante,  ci ritroviamo  a interrogarci sulla validità di quel processo di ricerca personale e di  crescita cristiana che fu intrapreso dai nostri predecessori. Con strumenti forse diversi, in un contesto culturale e sociale profondamente cambiato, sentiamo ancora tutta l’importanza delle domande da cui prese le mosse il protestantesimo: su cosa si fonda la nostra fede? Quale regola segue? Alla luce della consapevolezza contemporanea: che senso ha, dopo gli sviluppi più recenti della critica, essere ancora legati alla sola Scriptura? Come possiamo, allo stesso tempo, sentirci testimoni della verità del nostro tempo e basarci su un libro le cui pagine più recenti datano 2000 anni? In ambito esegetico: come possiamo pensare di essere uniti nella fede, quando invece attingiamo al principio del “libero esame” delle Scritture? Unità della chiesa e libertà di indagine sono forse in antitesi? E – vedendo la questione da un punto di vista più ristretto – come si concilia il principio della Bibbia come unica regola di fede con l’importanza che gli scritti di Ellen White hanno nella dogmatica avventista?

       Il problema è sempre vivo, la storia si ripete. Ma la domanda fondamentale resta: che riferimento possiamo avere, senza tradire la nostra coscienza?

 

 

Il Canone delle Scritture

 

       A confrontarsi con queste domande non furono neanche i primi riformatori del XVI secolo, perché il nocciolo del dibattito sembra essere presente già nel Nuovo Testamento, quando Gesù stesso dovette discutere con le gerarchie religiose del tempo per far luce sul vero senso di ciò che Mosé e i Profeti avevano scritto. In ogni momento c’è stata una “Scrittura”, anche se  ovviamente a questa definizione non corrispondevano gli stessi testi ai tempi di Gesù o a quelli degli Apostoli. Dapprima il termine faceva riferimento al solo Antico Testamento  (i Salmi, la Legge e i Profeti), poi la chiesa si è data il compito di raccogliere, selezionare e identificare altri libri, che avessero la funzione di un nuovo canone per il Nuovo Testamento. Non possiamo nasconderci che questa scelta non fu semplice e che probabilmente fu l’esito di lunghe discussioni, se non di vere e proprie controversie.  

 Ma la prima cosa che dobbiamo chiederci, in questa ricerca, è: perché la chiesa decise di raccogliere un canone delle Scritture neotestamentarie? E, soprattutto, che bisogno c’era di “chiudere” la raccolta dei libri inseriti in questo canone?   Quale criterio fu utilizzato?

La risposta sta nel senso di responsabilità della chiesa primitiva, che volle fermare, una volta per tutte, la testimonianza degli apostoli e limitare gli scritti sacri agli autori che potevano dire di essere “testimoni” del Vangelo, nel senso storico del termine. Era necessario distinguere cosa poteva dirsi  apostolico e cosa sarebbe stato posteriore, quale era il contributo dei diretti depositari di un evento e quale quello dei loro seguaci. Se ogni buona idea, ogni scritto edificante, se ogni saggio credente o messaggero del Signore avesse potuto continuare la collezione dei libri sacri, non avremmo avuto bisogno di un canone del Nuovo Testamento. Avremmo avuto una enciclopedia in continuo aggiornamento, con il perpetuarsi della discussione sulla scelta di quali libri accettare e quali rifiutare. Dobbiamo dunque essere grati a coloro che, rendendosi conto che il tempo passava e ci si allontanava dai fatti storici, vollero fissare una regola apostolica. Da lì in poi sicuramente altre cose sarebbero state scritte, e con buon profitto, ma nulla che potesse avere la forza e l’autorità della testimonianza diretta dei primi seguaci di Gesù.

       La chiusura del canone, comunque sia avvenuta, non pose la parola “fine” alle diatribe tra i credenti. Restava la questione del “come interpretare” le Scritture, ma restava  anche il bisogno di capire se la “rivelazione” fosse compiuta, o se Dio continuava a parlare al suo popolo.

 

 

La Chiesa Cattolica: Scrittura e Tradizione

 

              Dopo i primi secoli di spontaneismo, ben presto cominciarono a delinearsi modi diversi di interpretare la Bibbia. Si formarono correnti di opinione, nacquero discussioni, divisioni, quando  queste non giustificarono addirittura azioni di emarginazione e di violenza tra cristiani. Le soluzioni erano fondamentalmente due: o far sì che la fede continuasse a tramandarsi facendo leva sul messaggio personale, ma lasciando discrezione ad ogni credente di accettare punti di vista diversi, o limitare la libertà di ricerca, orientando i fedeli verso alcune interpretazioni e impedendone altre. Il percorso seguito per stabilire le “regole di fede” è parallelo a quello della crescita della chiesa come istituzione. L’istituzione accettò l’idea che preservare la propria stessa esistenza fosse l’obiettivo primario a cui tendere. Così anche la lettura e la comprensione dei testi sacri divennero pian piano oggetto di tutela da parte del clero.  La Chiesa di Roma ritenne che essa – in quanto  detentrice della continuità apostolica - potesse essere la guida migliore per discernere le giuste interpretazioni da quelle false, orientarsi, avere unicità di interpretazione, comunione di intenti  e soprattutto si attribuì il possesso di una autorità che discenderebbe dalla continuità della gerarchia apostolica.

 Ireneo (II secolo) sintetizzò questo pensiero in una semplice frase: “Dove infatti vi è la chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio, e dove vi è lo Spirito di Dio, là vi è anche la chiesa e ogni grazia” (Adv haer, III/24/1). I cultori della Bibbia ricordano che la citazione di Ireneo altro non è che una parafrasi del passo di Paolo, il quale afferma invece che dove è lo spirito del Signore quivi è libertà. Si tratta di una deviazione importante, come è possibile notare. Mentre il Nuovo Testamento mette in risalto la libertà, già un secolo dopo è l’organizzazione ad essere vista come il primo e più importante frutto dell’azione divina. Questo spostamento di obiettivi (dalla libertà all’organizzazione)  fu determinata  dalle paure dello gnosticismo e dall’esigenza della chiesa di darsi delle istituzioni forti, che impedissero ogni eresia e divisione interna. La necessità di sconfiggere le eresie, di impedire il frantumarsi della comunità cristiana diventa una esigenza preminente, a tal punto da far dichiarare a Cipriano: ”La gerarchia della chiesa è la sola depositaria dello Spirito…il vescovo è per eccellenza l’organo dello Spirito; là dove vi è il vescovo, vi è anche lo Spirito Santo”, intendendosi non il singolo vescovo, ma il corpus ecclesiae.  Comincia a intravedersi, cioè, il germe di quella che col Concilio di Trento diverrà la “teoria delle due fonti”, cioè che Dio abbia parlato attraverso la Bibbia e attraverso la Tradizione. Il Concilio di Trento, con decreto dell’8 aprile 1546, dichiarava che la verità è contenuta…

             “…nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, che, ricevute dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo, o trasmesse dagli stessi Apostoli su dettatura dello Spirito Santo quasi di mano in mano sono pervenute a noi…”

       Altresì la chiesa…”riceve e venera con pari sentimento di pietà e con pari riverenza tutti i libri, tanto dell’Antico che del Nuovo testamento, in quanto l’unico Dio è autore di entrambi, e così pure le stesse tradizioni, che si riferiscono tanto alla fede quanto ai costumi, come procedenti dalla bocca di Cristo o dettate dallo Spirito santo e conservate in continua successione nella Chiesa cattolica”

(Denzinger, Enchiridion symbolorum, ed XXXII, 1963:1501)

 

       In questo modo viene ammesso che lo Spirito Santo abbia rivelato delle verità attraverso la Bibbia e, altre, contemporaneamente le abbia affidate alla Tradizione orale (si intende, all’interno della chiesa), per cui di bocca in bocca, queste esperienze, modalità di vita, precetti sono giunti fino a noi.. L’esistenza di due fonti di trasmissioni della Parola di Dio presuppone chiaramente l’idea che la Scrittura da sola non sia sufficiente. Non solo, questa dottrina rende possibile l’accettazione di verità di fede non bibliche, ossia che sono fondate solo su una prassi antica o sulle parole dei Padri della Chiesa, insomma sulla Tradizione.

       Tale posizione è molto chiara nella teologia romana ed è stata ribadita nella IV sessione del Concilio di Trento, poi dal Concilio Vaticano I, da Pio IX, Leone XIII, Pio XI, Pio XII. Essa è contenuta nella Profissio fidei tridentina (13 novembre 1564):

 

Abbiamo più sopra abbondantemente dimostrato che si devono credere molte cose, che non sono nelle Scritture; infatti il fine principale delle Scritture non è di essere la regola della fede…La Scrittura per quanto non sia fatta principalmente per essere la regola della fede, è tuttavia la regola della fede, non totale, ma parziale. Infatti la regola totale della fede è la Parola di Dio, cioè la rivelazione di Dio fatta alla Chiesa, che si divide in due regole parziali, la Scrittura e la Tradizione”.

(Card. Bellarmini, Opera Omnia t.I, De  Verbo Dei, IV/12, Napoli, 1856, p.140)

 

       Nel secolo scorso la posizione cattolica si è in qualche modo evoluta. Dapprima grazie agli studi di J.A. Moehler e poi di Geiselmann, ci si è avvicinati alla posizione  del totum in sacra scriptura et iterum totum in viva traditione. Tutto è contenuto nella scrittura e , allo stesso modo, tutto è contenuto nella vera tradizione. E’ un passaggio dall’idea che la Bibbia sia incompleta a quella che, pur essendo completa, abbia a fianco un’altra fonte di rivelazione che contiene –  in modo diverso – anch’essa tutta la verità. Non è più la posizione del partim…partim (della verità contenuta in parte nella Bibbia e in parte nella Tradizione), ma dalla completezza (totum) della rivelazione in entrambe le fonti.

Questo cambiamento di indirizzo parte  dal fatto che la Scrittura ha bisogno di essere interpretata e questo passaggio può dar vita a molte opinioni differenti. Ma, in realtà, pian piano i teologi cattolici si sono resi conto che la stessa cosa può dirsi anche della Tradizione, in cui sono presenti talora opinioni diverse negli stessi Padri della Chiesa. Così si rende utile e indispensabile che ci sia una terza autorità in fatto di fede, che sia in grado di interpretare sia la Scrittura che la Tradizione: il clero, i vescovi uniti e diretti dal papa. Secondo questo nuovo orientamento, la Tradizione si ridurrebbe più ad uno strumento esegetico di tipo storico, sì depositario della verità, ma troppo lontano da noi, per cui si rende necessaria una fonte più vicina, che ci aiuti adesso e nel nostro tempo a dire cosa è la verità e come interpretare le fonti più remote. Questa terza fonte, più vicina a noi (norma proxima) è il Magistero della Chiesa.

Per riassumere dunque la posizione più recente, si può dire che il cattolico trae le sue certezze di fede dalle Scritture (che contengono tutta la verità, ma sono una norma remota), dalla Tradizione (anch’essa contiene in toto la verità, perché consiste  in ciò che verbalmente si è tramandato dagli Apostoli fino a noi) e soprattutto dal Magistero della Chiesa. Solo quest’ultima, in definitiva, farebbe  da garante, sia sul piano storico che teologico. E’ al sacro Magistero che qualsiasi teologo deve sottomettersi in materia di fede e di costumi, in quanto norma prossima ed universale di verità (Enc. Humani Generis, 12 agosto 1950, Ed. Gregoriana, Padova 1950, p.12). Identica professione è stata espressa dalla sacra Congregazione per la Dottrina della fede in una dichiarazione del 24 giugno 1973, con la precisazione che il magistero ecclesiastico è dotato di “un adeguato carisma di infallibilità in cose riguardanti la fede e i costumi”. Da qui l’assunto che, quando il Magistero ecclesiastico lo decide, un punto di fede può essere tramutato in dogma, anche senza il supporto della Bibbia e della stessa Tradizione.

Una conseguenza logica di questi passaggi concettuali è che la chiesa debba detenere, in quanto essa stessa strumento della rivelazione divina, l’infallibilità.

 Denzinger (3011 nella Declaratio del 24-6-1973 nota 104) annota che…

       Gesù, nell’affidare ai Pastori l’incarico di insegnare il Vangelo a tutto il suo Popolo e all’intera famiglia umana, volle dotare il loro Magistero d i un adeguato carisma di infallibilità in cose riguardanti la fede e i costumi….

       “Ma nell’esercizio della loro funzione i Pastori della Chiesa sono convenientemente assistiti dallo Spirito Santo; e questa assistenza raggiunge il vertice, quando ammaestrano il Popolo di Dio in modo tale che, per le promesse di Cristo e di Pietro e degli altri Apostoli, il loro insegnamento è necessariamente immune da errore. Questo si verifica quando i Vescovi dispersi nel mondo, ma in comunione di magistero col Successore di Pietro, convergono in un’unica sentenza da ritenersi come definitiva. Lo stesso avviene ancora in modo più evidente, sia quando i Vescovi con atto collegiale – come nel caso dei Concili ecumenici – unitamente al loro Capo visibile  definiscono che una dottrina debba essere ritenuta, sia quando il Romano Pontefice parla ex cathedra, quando cioè, nell’adempimento dell’ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani, con la sua suprema potestà apostolica definisce che una dottrina sulla fede o suoi costumi dev’essere tenuta dalla Chiesa Universale”

 

 

Il dogma di Maria assunta in cielo

 

       L’esempio più eclatante del processo che abbiamo descritto è  il dogma dell’assunzione di Maria in cielo, dichiarato da  PioXII nel 1950. Venti secoli dopo  gli eventi, la Chiesa di Roma è pervenuta alla convinzione che la madre di Gesù non poteva essere morta e il suo corpo abbandonato alla corruzione del sepolcro. Suo figlio, d’altra parte, non lo avrebbe sicuramente permesso.  Dal momento che ella era stata concepita senza peccato originale (altro dogma non fondato sulle Scritture) non ci sarebbe motivo per pensare che Maria meritasse di passare attraverso la morte. Da questo sillogismo la presunzione, divenuta poi per i teologi cattolici certezza, che Maria è stata assunta in cielo senza gustare la morte. Dichiara Pio XII:

 

“…con l’autorità del Signore Nostro Gesù Cristo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e Nostra pronunciamo, dichiariamo e definiamo essere un dogma divinamente rivelato: che la Immacolata Dei para sempre Vergine Maria, esaurito il corso della vita terrena, è stata assunta alla gloria celeste col corpo e con l’anima. Per cui, se qualcuno – che Dio non voglia – osasse volontariamente negare o mettere in dubbio, ciò che è stato da Noi definito, sappia senz’altro che ha defezionato dalla fede divina e cattolica” (Denzinger: 3903).

 

Vale la pena di ricordare che  un autorevole studioso cattolico, Berthold Altaner,  aveva dimostrato prima che il dogma fosse promulgato che non c’erano né prove scritturali né nella tradizione, almeno fino al IV secolo.  Unico appiglio, un libro di origine gnostica del V secolo (De transitu Virgins Mariae liber) che la stessa chiesa aveva inserito tra i libri  proibiti. Ma non ci fu nulla da fare e, dal momento che il dogma fu definito, tutti i cattolici devono accettarlo, pena la sentenza di eresia.

L’esempio del dogma dell’assunzione di Maria ci illustra chiaramente l’evoluzione della teologia cattolica. Al punto in cui siamo,  una dottrina può essere dichiarata vera non perché fondata sull’Evangelo, ma perché la Chiesa di Roma la  definisce come evangelica. Il ragionamento seguito è che la promessa di Cristo di assistere per sempre la sua chiesa non può mai venire meno, dunque la chiesa  non può sbagliarsi in materia di fede, perché  è essa stessa “rivelazione”:

 

“Ciò che il corpo ecclesiale, con i suoi pastori, si accorda a considerare come appartenente alla sua fede, fa parte della Rivelazione, perché la Chiesa abitata e assistita dallo Spirito Santo, non può sbagliarsi in materia di fede” (Y.M.J.Congar, O.P. La tradition et les traditions, I, 255)

 

 Si è conclusa in tal modo la traslazione dei poteri, l’autorità della Bibbia è diventata autorità della chiesa, la potenza della rivelazione è diventata il potere di chi insegna la rivelazione, la verità che giudica e salva non è più sopra gli uomini, ma sottomessa all’arbitrio dell’istituzione ecclesiale.

In modo sintetico il percorso della Chiesa di Roma viene così descritto da Vittorio Sibilia, un teologo protestante:

“Ciò che esiste nella chiesa è vero in quanto esiste, le leggi ecclesiastiche prendono il posto delle leggi esegetiche, si stabilisce un primato della dogmatica sull’esegesi; cosicché in definitiva la chiesa assume la successione dell’evangelo e sostituisce la propria autorità all’autorità dell’evangelo, non è più l’evangelo a essere luce della chiesa, ma è la chiesa la luce per intendere l’evangelo. “ (Vittorio Subilia, Sola Scriptura, autorità della Bibbia e libero esame, ed. Claudiana p. 143-143)

 

 

La Riforma

 

       Al di là delle analisi posteriori del significato che la Riforma Protestante ebbe sul piano sociale ed economico, non possiamo dimenticare che essa fu innanzi tutto un grande percorso di conversione. Un cambiamento, un enorme atto di umiltà davanti al Signore e – contestualmente – di rifiuto delle aggiunte umane al tesoro che è la Parola di Dio. Alla base di tutto ciò c’è il rapporto con la Sacra Scrittura. Già i mercanti valdesi avevano fatto della trasmissione itinerante della Bibbia l’obiettivo della loro missione. Lutero ritrovò nel suo piccolo libro di cuoio rosso che il precettore gli aveva regalato la strada per la serenità interiore. Ed è da lì, nello sforzo di tradurre le Scritture nella lingua del popolo, nell’impiego massiccio della stampa per diffonderle, nell’impegno a insegnarle a bambini, donne, vecchi, sapienti e ignoranti che si delinea la forza del Protestantesimo.

       Ma lo sforzo di tornare alla Bibbia e ad essa soltanto non fu, come in talune deviazioni interpretative posteriori appare, un passo verso il biblicismo. La Riforma non nacque come una esplosione di integralismo, letteralismo biblico e dogmatico. Al centro del rapporto con la Scrittura non c’è la lettera (che uccide) ma lo spirito (che vivifica). Proprio perché il punto nodale della Riforma è la riscoperta della fede come canale di comunicazione con Dio, con tutti i suoi dubbi, le sue manchevolezze e fragilità. Questa fede sostituisce  le sicurezze carnali che derivano dalle proprie opere, dalle proprie conoscenze e da ogni fondamento umano voglia ergersi a garanzia di salvezza. Il protestantesimo, al suo nascere, sa dunque evitare l’idolatria della Scrittura, resta lontano dalla tentazione  di tramutare la Bibbia in un prontuario legale a cui fare riferimento in modo infantile e coercitivo. Tutto ciò sarebbe ancora un ritornare al passato, un cercare  la salvezza attraverso una legge che invece da sola non può far nulla. Scrive Lutero:

 

“Haereticus est, qui scripturas sanctas alio sensu quam Spiritus flagitat, exponit”

 

M. Luther, Ad librum eximii Magistri Nostri Ambrosii catharini, defensoris Silvestris Prieratis acerrimi. Responso Martini Lutheri..; 1521, in W.A. VII, 710,16)

 

Ossia, il vero eretico è colui  che spiega le Scritture Sacre corrompendole  con un senso diverso rispetto a quello che lo Spirito dà loro. Il che vuol dire che esiste un senso profondo, un significato che si fonda sulla salvezza tramite la fede, un centro che è Cristo. E’ questa la strada a cui deve portare l’interpretazione. Tale è il volere dello Spirito di Dio e a questo ci dirige l’azione dello Spirito Santo.  Tutto ciò che non va in questa direzione, che allontana dalla verità della grazia liberatrice di Gesù è uno spirito strano, umano, perverso. In questo percorso la chiesa è solo uno strumento, soggetto alla Parola di Dio, non superiore ad essa, come afferma Calvino:

 

“E’ dunque una vana esaltazione attribuire alla chiesa il potere di giudicare la Scrittura, cosicché ci si dovrebbe attenere a ciò che gli uomini avranno stabilito per sapere  che si tratta della Parola di Dio oppure no. Al contrario,la chiesa, ricevendo la Sacra Scrittura  e confermandola col suo suffragio, non la rende autentica, come se prima fosse stata oggetto di dubbio o di contestazione; ma perché la riconosce come la pura verità del suo Dio, la riverisce e la onora come ha l’obbligo di fare per dovere di pietà”(Inst. Chrét., I,7,2)

 

       Ancora lo stesso riformatore scrive nel 1539:

La cosa certa è questa, che la fede cristiana non deve essere fondata sulla testimonianza degli uomini, Né appoggiata a dubbie opinioni e nemmeno sostenuta da umane autorità: ma scolpita nei nostri cuori dalla mano dell’Iddio vivente…”(L’Epitre à Sadolet, in Oeuvres de Calvin, Genève-Paris, 1934, II/51-75)

 

       Nel pensiero dei riformatori sono dunque presenti questi due aspetti: che la Scrittura è la nostra unica regola di fede, ma che allo stesso tempo essa è uno strumento che ci parla di Cristo, un veicolo, non un oggetto di adorazione. La prospettiva evangelica pone la Bibbia  al di fuori di ogni concezione legalistica, accetta che si distingua il suo senso centrale  dai suoi margini. La Riforma Protestante vede la Scrittura come un libro “umano”, soggetto ai condizionamenti della storia e del linguaggio, capace di comprendere al suo interno anche le contraddizioni che derivano dall’essere “vaso di terra” che contiene il tesoro di Dio. Ma allo stesso tempo viene accettato che attraverso lo strumento della Parola, Dio ha parlato agli uomini, e in essa possiamo ascoltare la sua voce.

      

 

Un protestantesimo “romano”?

 

       Se esaminiamo attentamente il percorso compiuto dalla chiesa cristiana nei secoli, ci rendiamo conto che forse non è corretto schematizzare il problema, contrapponendo una visione cattolica ad una protestante. Occorre ammettere che la vera diversità di impostazione si ha tra una concezione della religiosità fondata sulla fede e una concezione fondata sulle opere, ossia “carnale”. Nell’ambito delle chiese evangeliche, infatti, non è raro ritrovare gli stessi elementi di criticità che sono stati fatti propri dalla teologia cattolica.

       Al posto di un papa infallibile molte denominazioni hanno accettato il concetto di una dirigenza infallibile.  In altri casi si è sostituita l’autorità del clero (la deviazione cattolica) con l’autorità di un libro (la deviazione protestante), che è stato visto come un prontuario da interpretare letteralisticamente,  divinizzando lo strumento attraverso cui Dio si manifesta a scapito del messaggio profondo e vero. Al posto dell’autorità della Tradizione è stata posta l’autorità dei concili o dei congressi, al posto del Magistero Ecclesiastico si è ritenuto di poter mettere l’autorità dell’esegesi ufficiale. In questo senso, la romanizzazione delle chiese evangeliche è proceduta in modo sostenuto. E non si tratta, come talora si intende semplicisticamente,  solo di definire quali dogmi sono stati accettati e quali rifiutati, quali dottrine sono giuste o sbagliate. Si è seguita la stessa strada della Chiesa di Roma quando, per paura dell’eresia, si è tolta alla Scrittura la sua libertà di essere giudice e metro della cristianità. Nella definizione di Kung, infatti, il cattolicesimo è il processo per cui si sono voluti attenuare a tutti i costi i contrasti nella chiesa, accentrando per questo motivo sempre più l’autorità nelle mani della gerarchia, ma a spese della verità.

       Il problema di fondo è che non si vuole accettare lo “scandalo della croce”, restando coscienti che questo scandalo comporta la consapevolezza della debolezza della chiesa e dell’uomo, la fallibilità dei dogmi e delle dottrine, l’impossibilità di accedere a Dio attraverso le categorie della dimostrazione e della razionalità. Noi vorremmo vedere Dio, poterne disporre, essere depositari esclusivi della verità, sentirci sicuri delle evidenze dottrinali in modo inoppugnabile, fare riferimento a certezze incontestabili. Non importa quali sia la fonte di queste certezze: un papa o una Conferenza Generale in fondo concettualmente possono fornire lo stesso tipo di rassicurazione. Noi chiediamo di essere confortati con la certezza  di essere sempre nel giusto, di possedere nozioni, pensieri, rivelazioni che altri non hanno e di cui siamo gli unici depositari.

In tutto questo c’è una visione carnale della religiosità. Perché è un modo di costruire i nostri fondamenti attraverso gli elementi carnali: la ragione, la dimostrazione, l’autorità di qualcuno, le cose che facciamo, le sicurezze. Mentre la fede è coscienza della propria debolezza, sapere che Dio si nasconde ai sapienti (Deus absconditus) e alla sapienza e si manifesta  con criteri diversi dai nostri.  Fede è accettare la fragilità e a volte la contraddittorietà umana degli strumenti che Dio ha usato per farsi conoscere. Non rimanere scandalizzati  dal fatto che essere credenti implica la possibilità della diversità, che la stessa Scrittura si presenta talora  a noi contraddittoria, umile e debole, come Gesù. Ma questo significa che dobbiamo accettare il fatto che Dio ha lasciato nelle mani degli uomini la sua Parola, senza rivestirla delle vesti delle dimostrazioni scientifiche e inoppugnabili, che l’avrebbero resa sempre vittoriosa, ma che avrebbero negato a ciascuna persona la possibilità di scegliere. Dio ha  abbandonato lo stesso suo Figliuolo allo scandalo e all’umiliazione della croce, anziché farlo presentare vestito della forza della sua maestà, della potenza della sua divinità, capace di schiacciare e convincere ciascuno senza possibilità di errore. Perché l’uomo si avvicini a Lui attraverso la fede, che è comunque un “salto”, un atto di fiducia nel mistero, una scelta e non un automatismo della ragione, un affidamento del cuore e non il risultato di una procedura matematica.  

 

 

La Scrittura nella chiesa avventista

 

       Nell’avventismo  il rischio che ha corso il protestantesimo di riavvicinarsi, sotto altre parvenze, al cattolicesimo non è certo minore. Ci sono infatti nella storia e nel pensiero avventista almeno tre elementi che – se non correttamente collocati – possono  entrare in conflitto e riportare i credenti ad una visione neo-romana.

 

·       Con sfumature diverse, viene facilmente accettata l’opinione che la Bibbia è l’unica regola di fede. Questa definizione viene presa così com’è, dalla tradizione protestante e posta sul tavolo quando si ha davanti un interlocutore cattolico.

·       Allo stesso tempo, magari in un contesto di discussione interna alla comunità, taluni riconoscono alla Conferenza Generale la possibilità di indicare norme, regole , elencare principi di fede. In altri termini di essere autorità in fatto di fede, in quanto espressione della chiesa di Dio.

·        Insieme a ciò si verifica il fatto che molti, nel momento in cui devono sostenere una opinione citano gli scritti della profetessa Ellen White. In essa viene vista una continuazione delle Scritture, una sorta di verità normativa del nostro tempo. Ai suoi scritti vengono riconosciute le stesse proprietà di infallibilità della Bibbia, le stesse modalità di ispirazione, con l’aggiunta che tale infallibilità si attua anche quando tali scritti dettano il senso delle Scritture o quando ampliano le informazioni oggettivamente contenute nella Bibbia.

 

 

       Questi tre elementi (Bibbia, Conferenza Generale, Profeta) rischiano di essere visti come i surrogati di una norma remota (le Scritture: valide, ma troppo lontane da noi), di una Tradizione o del magistero della chiesa (norma proxima). Nella realtà la maggior parte, se non tutti, gli avventisti accettano contemporaneamente la Bibbia, la Conferenza Generale ed Ellen White. La diversità sta nel “come” questi tre elementi vengono collocati e nel ruolo che ad essi viene attribuito. Possiamo, semplificando, riconoscere tre approcci al problema. 

 

1.    Una posizione letteralistica: E’ una istanza che vede nella Bibbia e in EGW dei prontuari  per un uso immediato e acritico, in quanto frutto di dettatura/ispirazione verbale e quindi direttamente  e immediatamente pensiero di Dio. Quando si pone una questione, si sfogliano i capitoli delle Scritture o, senza alcuna differenza, i libri di Ellen White. Se viene trovato qualcosa di attinente si aderisce alla prima lettura del testo, in modo avulso dal contesto e in modo altrettanto semplicistico. E questa è considerata espressione di profonda “fedeltà”. Dal rifiuto dei vaccini, alla condanna di chi porta un indumento particolare, la vita del credente è una continua ricerca di soddisfare tutte le regole contenute nei testi-guida. Il letteralismo, che produce un integralismo di sostanza, può essere applicato alla interpretazione della bibbia (biblicismo) o agli scritti di Ellen White (“whitismo”?). Cambiano gli “ismi”, ma l’approccio è identico. Il problema di base di questa visione è che introduce per i credenti tante regole quante sono – più o meno – i versetti della Bibbia o le pagine delle Testimonianze. In ognuna di queste regole viene vista una condizione di accesso o un motivo di esclusione dalla chiesa. Ne deriva una pratica legalistica  in cui al centro dell’esperienza religiosa c’è il giudizio di se stessi e degli altri. E’ – anche se in teoria nessuno lo ammette – il trionfo delle opere, la mortificazione delle coscienze, il rifiuto di ogni critica storica e di ogni esegesi critica. Insomma la riscoperta di un Talmud tutto avventista.

2.    La posizione organizzativa. E’ quella che vede la chiesa al centro dei percorsi decisionali, della vita dei credenti, diventando fine a se stessa, non più strumento o luogo di incontro. Nasce da un malinteso senso dell’identità religiosa con la denominazione.  In questo caso il rischio principale viene identificato con la possibilità della divisione. Ogni critica, ogni diversità di opinione viene scoraggiata, se non addirittura perseguita in quanto può portare alla rottura dell’unità, ma anche ad una perdita della forza organizzativa della chiesa stessa, del suo impatto nel mondo, della sua capacità materiale e spirituale di incidere nel contesto esterno. In questo caso ogni istanza di rinnovamento deve essere filtrata dai vari livelli gerarchici. Nessuno può modificare nulla senza aver percorso la scala decisionale e organizzativa che porta alla Conferenza Generale. Quest’organo è poi visto come “la voce di Dio”, il concilio supremo che indica cosa è verità, elenca principi di fede, dispone norme interpretative della stessa Scrittura o dei testi della profetessa. Anche se l’organizzazione sbaglia, secondo questa tendenza, bisogna accettarne le conseguenze, lavorare dall’interno per mostrare gli errori compiuti, ma adeguarsi alle direttive, almeno fin quando tutta la dirigenza non matura la consapevolezza del cambiamento e – a sua volta – la insegna ufficialmente alla chiesa. In questo approccio  assistiamo al trionfo  dell’efficienza, del proselitismo, del vanto dei risultati conseguiti: la forza del mandato prevale sulla forza degli obiettivi.

3.    La visione spiritualista. Interpreta la Bibbia come unica regola di fede, ma non rifiuta una esame critico e l’uso degli strumenti esegetici più efficaci. Crede nel concetto che la luce è progressiva e quindi c’è un percorso di costante cambiamento nella comprensione della verità. Accetta il ruolo dell’organizzazione, valutandone positivamente i suoi risvolti funzionali, ma senza riferirsi ad essa come “autorità” in fatto di fede. Riconosce il ruolo profetico di Ellen White, ma fa una differenza tra il contenuto profondo del messaggio che le è stato dato, dalla forma e dalle specificità, che sono legate al tempo e alle circostanze. E’, in sintesi, un approccio legato ad una visione di crescita progressiva, che ha come direttiva costante la comprensione dei significati spirituali profondi e non il legame alle forme, sia pur necessarie, dei vari contesti storici.

 

 

 

Il principio della luce progressiva

 

       L’affermazione che sta alla base dell’esistenza di molte comunità evangeliche è che Dio ha parlato al suo popolo attraverso un profeta o un fondatore, un predicatore o un uomo di pensiero che ha rivelato, o messo in luce, aspetti nuovi della verità, che ha dato impulso ad esperienze di risveglio spirituale, spesso di portata storica. Non è, da un punto di vista cristiano, possibile ignorare tutto ciò, né disconoscere la mano di Dio che ha guidato eventi e persone. Chi avrebbe potuto impedire a Dio di manifestarsi attraverso questo o quello strumento, al pari di ciò che succedeva ai tempi biblici? O, addirittura, chi gli può impedire di manifestarsi, se lo vuole, anche nella nostra epoca? Scrive Geremia: “La legge non verrà mai meno ai sacerdoti, né il consiglio ai saggi, né la parola ai profeti” (Ger. 18,18)

       L’idea di un costante progresso nella conoscenza spirituale sta alla base della religiosità avventista. Lo dimostra l’evoluzione della comprensione di alcune verità bibliche nella stessa storia dei pionieri. Joseph Bates, James White ed E. M. Cornell rifiutavano di aderire all’idea di trinità, come invece oggi viene accettata. L’osservanza del sabato come giorno sacro fu portata da Bates nel 1847, e fino ad un certo punto la stessa E.G. White credette alla teoria della “porta chiusa”, ossia che non ci si potesse salvare oltre il 1844. Nel quinto decennio dell’800 gli avventisti osservavano il sabato dalla sei del venerdì sera alla stessa ora del giorno successivo e ritenevano giusto mangiare carne di maiale. Una testimonianza della interpretazione dialettica del principio di “verità” si coglie da due dichiarazioni di EGW, fatte a 53 anni di distanza l’una dall’altra. Nell’anno 1850, infatti, ella affermava con enfasi: «noi abbiamo la verità, noi la conosciamo, sia lode al Signore» (EGW al fratello e alla sorella Hastìngs, 11 gen. 1850). Nel luglio del 1905 invece scriveva: «Ci sarà un progresso nella comprensione, perché la verità implica la capacità di uno sviluppo costante... La nostra visione della veri­tà è ancora parziale. Abbiamo percepito solo alcuni raggi di luce» (EGW a P. T. Magan, 27 gen. 1905).

Ancora, una sua dichiarazione sostiene: «Il fatto che certe dot­trine siano state ritenute vere per molti anni dal nostro popolo non è una prova dell'infallibilità delle nostre idee. Il tempo non trasformerà l'errore in verità e la verità può permettersi di esse­re onesta. Nessuna vera dottrina avrà nulla da temere da una ricerca accurata» (CWE, p. 55).

Questa dinamicità della comprensione spinse gli avventisti a rifiutare sintesi dogmatiche, l’adozione di un credo o di un catechismo. John Longhborough sostenne chiaramente che «il primo passo dell'apostasia è esprimere un credo che ci dica ciò che dobbiamo credere. Il secondo consiste nel farne una prova di discepolato. Il terzo è giudicare i membri della comu­nità in base a tale credo. Il quarto tacciare di eretici quelli che non vi credono. E il quinto cominciare a perseguitarli» (RH, 8 ott.l861, p. 148).

Per i motivi sopra esposti nel 1861 i delegati della varie comunità avventiste si rifiutarono di esprimere un credo, ma si accordarono su una dichiarazione molto semplice: «Noi sottoscritti, delegati dell'assemblea, con il presente atto ci associamo come chiesa, assumendo il nome di Chiesa avventi­sti del 7° Giorno, convenendo di osservare i comandamenti di Dio e la fede di Gesù Cristo» {RH, 8 ott. 1861, p. 148). E’ stato solo dopo il 1930 che cominciarono a circolare elenchi di verità “fondamentali”.

 

      Questa riflessioni sono alla base del concetto avventista di “luce progressiva” e costituiscono un fondamento fortemente radicato nella coscienza protestante. Attraverso questo principio possiamo sentirci legittimati a cercare nelle Scritture con la stessa libertà con cui i pionieri della fede cercarono, sottraendoci alla “sindrome del solo talento”.

Molte comunità storiche, infatti, ricevuto il talento dal Signore, si comportano come il servo stolto, ossia corrono a sotterrarlo, per paura di perderlo. Chiudono la porta ad ogni progresso, si fermano al credo dei loro fondatori e restano bloccati per secoli a quel progresso che i loro pionieri compirono – per grazia del Signore – nel corso di pochi decenni.  

Vedendo, però, l’altra faccia della medaglia, dobbiamo interrogarci sui limiti e la legittimità di questa crescita.   Quali sono, infatti, i limiti oltre i quali una luce progressiva diventa luce successiva, e perfino aggiuntiva?  Quando un nuovo concetto, un principio mai prima di allora riconosciuto è da considerarsi uno sviluppo “naturale” della verità e quando una eresia? Insomma, in quale caso stiamo trasgredendo la regola apostolica di non andare mai “oltre ciò che è Scritto”?

Le risposte più ingenue a questa domanda sono due:

 

1.                       Se lo dice il profeta possiamo essere sicuri che non stiamo andando “oltre”, in quanto la sua ispirazione, eguale a quella dei profeti biblici, ci fa da garanzia.

2.                       Se lo dice la chiesa, possiamo fidarci, visto che Dio ha promesso di guidare la sua chiesa.

 

Si tratta, sul piano logico, di passaggi molto fragili. Nel primo caso stiamo indirettamente sostenendo che un profeta ha il diritto di andare “oltre”, mentre in realtà la vera prova biblica dei profeti sta proprio nel restare “entro” i limiti della Scrittura, di sottoporsi ad esse. Non solo, ma stiamo anche dimenticando il fatto che, accettando la chiusura del canone del Nuovo Testamento accettiamo altresì di limitare il concetto di “Parola di Dio” ad un ben preciso ambito  apostolico. Stiamo, infine, tralasciando il principio protestante secondo cui  la Bibbia e solo la Bibbia è la nostra regola di fede. E non basta consolarsi dicendo che un profeta non deve “contraddire” ciò che è contenuto nella Bibbia. I Mormoni, gli stessi Musulmani fondano la loro fede su profeti ulteriori rispetto all’epoca apostolica. Maometto e Joseph Smith affermano di non contraddire le Scritture antiche, ma solo di integrarle o superarle, di restituire ad esse il vero senso (funzione esegetica del neo-profeta)..

La seconda risposta, quella che si appoggia alla chiesa infallibile, si fonda su una tautologia. Non bisogna chiedersi, infatti, se la chiesa è infallibile, ma se ha mai fallito. E dal momento che ha fallito (quante volte!) dobbiamo rifiutare che sia la chiesa a garantire la definizione di verità. Per rifarci all’esempio prima contemplato, la Chiesa Cattolica ha preteso di affermare, ben venti secoli dopo, di avere scoperto la verità incontestabile dell’assunzione di Maria in cielo. In cosa differisce questo procedimento di pensiero da quello che permette ad alcuni avventisti (anch’essi venti secoli dopo la morte di Gesù) di imporre come vincolanti regole alimentari sconosciute ai tempi di Gesù? Possiamo affermare che l’idea di una ascensione di Maria in cielo non si contraddice con alcuna Scrittura: non se ne parla affatto! Ma tale dogma è poi così coerente con lo spirito biblico?

Ecco dunque il rischio di una deriva cattolico-romana della teologia avventista. Il ricorso agli scritti di EGW per scoprire nuovi punti di fede, per sostenere regole di ammissione alla chiesa o di espulsione, genera un forte imbarazzo con le chiese protestanti, che invece sostengono l’unicità della Scrittura come regola di fede. Norme vincolanti che  non possono essere sostenute Bibbia alla mano ci portano verso un modo di pensare che è più cattolico che evangelico.  

 Quando si parla di “luce progressiva” dunque bisogna intendersi. E’ necessario accettare il senso vero e profondo di questo concetto, ma rifiutarne le degenerazioni.  E’ inoltre indispensabile pensare a dei criteri per comprendere quando tale progresso diventa di fatto un ampliamento del senso della Scrittura, o proprio un’altra cosa.

L’idea, dunque, che la conoscenza della verità sia progressiva è accettabile e necessaria, ma ben definendo gli ambiti e i vincoli di questa definizione. Tali criteri potrebbero essere quelli che seguono:

 

·       E’ necessario che ciò che comprendiamo di nuovo non sia in contraddizione con le Scritture.  Tuttavia questo non basta.

·       Serve che la “nuova luce” sia armonia con il senso profondo del messaggio cristiano della salvezza per fede, attraverso la centralità della croce. La coerenza tra la nuova luce e quella esistente non può essere solo di tipo formale. Esistono delle innovazioni che soddisfano un bisogno carnale di giustizia umana. Sappiamo bene che già ai tempi di Paolo molti credenti avevano dei culti particolari, seguivano e avevano introdotto regole come “non toccare, non mangiare”, rispettavano giorni e feste, si producevano in sacrifici e rinunce. Probabilmente per ciascuno di questi comportamenti sarebbe stato possibile trovare un appiglio formale nelle Scritture del Vecchio Testamento. L’Apostolo però giudica tutto alla luce della croce. Queste norme riconducevano le persone alla schiavitù della legge. E allora comprende che il rischio di tornare schiavi della salvezza per opere era troppo forte.  Preferisce tagliare corto: “Perciò fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della libera. Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi; state dunque saldi , e non vi lasciate di nuovo porre sotto il giogo della schiavitù. “(Galati 4:31; 5:1)

·       Sia rispettato il principio del libero esame della Scrittura da parte di ogni credente. Perché se la progressione nella luce diventa appannaggio solo dell’istituzione, si snatura il messaggio di Gesù che invitava ciascuno a investigare le Scritture, “perché esse sono quelle che testimoniano di me” (Giov. 5:39).

·       La chiesa  non rivendichi  per se stessa una autorità che si ponga al di sopra dell’autorità della Bibbia. E allo stesso tempo nessun singolo rivendichi una libertà che sia sopra la Scrittura, ma  la Parola del Signore sia libera di essere messaggio di Dio. Perché si può correre il rischio che il Libro sia adorato come una reliquia, venerato come un feticcio, ma poi legato e incatenato con le catene delle istituzioni, dei concili, dell’autorità degli uomini. Mentre abbiamo bisogno che ogni autorità umana taccia e si sottometta ad essa. Nel silenzio che ne deriva, si dovrà ascoltare la Parola, con la sua forza vivente, la sua capacità di giudicare e di salvare e ad essa sola si dovrà obbedire.

·       Si accetti che è lo Spirito Santo colui che guida il credente nella verità. E questa guida si dimostra sufficiente, in quanto in ciò si rivela la nostra fede nella promessa di Gesù: “…ma quando sarà venuto Lui, lo Spirito della verità,  egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma di tutto quello che avrà auditore vi annunzierà le cose avvenire” (Giov. 16:13) L’interpretazione della Scrittura (potestas interpretandi) non è di competenza privata o pubblica, e nemmeno di una chiesa, ma soltanto di competenza di quello stesso Spirito di Dio che ha ispirato la Scrittura. (Cfr. la Confessione Gallicana, la Confessione Valdese, la Confessione di Westminster, la Confessione Scozzese; cit. in V. Subilia: Sola Scriptura, autorità della Bibbia e libero esame, ed. Claudiana, p.78)

·       Si resti coerenti al principio della luce progressiva, restando cioè aperti al cambiamento che si concluderà solo quando potremo “vedere faccia a faccia”. Mentre può succedere, al contrario, che tale concetto viene accettato fino a quando serve a dimostrare i principi storici della comunità, a giustificare il periodo di risveglio o il profeta da cui è sorta. Poi viene abbandonato e ogni progresso viene guardato con sospetto, se non scoraggiato.

·       Si guardi ogni progresso alla luce dell’amore, che è il metro del paragone cristiano.

 

       Sono questi i criteri che possono  rendere coerente l’istanza di una continua crescita nella conoscenza e nello spirito con il bisogno di essere ben fondati nella Parola di Dio, restando fermi sulla roccia che è Gesù stesso.

 

 

Ellen White  e la Scrittura: pari autorità?

 

 

Eccoci infine, dopo un percorso piuttosto articolato, in grado di porci con maggiore consapevolezza una delle domande più cruciali della teologia avventista: come conciliamo il principio della Sola Scriptura con l’autorità che gli avventisti riconoscono generalmente agli scritti di Ellen White?  

Le risposte vengono da una riflessione sul significato del profetismo nella Bibbia, e da una ricerca sul come la prima comunità avventista affrontò il problema.

 

Nell’Antico e nel Nuovo Testamento il Signore ha parlato attraverso i profeti. Alcuni profeti hanno lasciato dei messaggi scritti o dei libri (per es. Isaia, Geremia, Daniele etc.) che sono stati inseriti nel canone delle Scritture. Altri che pure hanno scritto dei libri ed erano profeti del Signore non sono stati inseriti né nell’Antico né nel Nuovo Testamento (2 Cronache 2:29, 2 Cronache 9:29, 2Cronache 12:15, Giudici 4:4, 2 Re 22:14, Isaia  8:3). Sono esistiti profeti  portatori di messaggi verbali, ma che non sono stati autori di libri: per es. Elia o Giovanni Battista. Se il libro di Nathan avesse contenuto insegnamenti tali da essere un riferimento per tutti i secoli, siamo sicuri che non sarebbe stato escluso dal canone. La stessa cosa vale per i libri di quei tanti profeti non-canonici di cui le Scritture parlano. Essi hanno portato messaggi, ammonimenti, insegnamenti ed esortazioni ai credenti, ma non tali da contenere elementi di unicità e irripetibilità. Nathan fu inviato ad ammonire il re Davide, colpevole di adulterio. In questo svolgeva pienamente il compito di profeta mandato dall’Eterno. Nonostante ciò il suo fu un richiamo ad una legge, già data sul Sinai, e a cui non c’era nulla da aggiungere o ampliare. Il suo ruolo fu determinante nella vita di Davide e il suo dono profetico indiscutibile. Ma il suo libro non fu incluso nel canone dell’Antico Testamento e noi non ne sappiamo nulla. Queste considerazioni dimostrano quanto sia fragile il concetto secondo cui tutti i profeti sono sullo stesso livello. E’ evidente che non tutti hanno avuto lo stesso ruolo e non tutti sono stati chiamati ad esprimere coi loro messaggi contenuti normativi. Questa la risposta che viene dalla Bibbia.

Rispetto alla prima chiesa avventista, il sorgere di un profeta – ovviamente – suscitò le reazioni più disparate. Già sin dai primi decenni di costituzione della comunità si delinearono diversi modi di intendere il dono profetico. Tra di queste sicuramente ne esisteva uno che vedeva nella sor. White un aggiornamento della Bibbia e ai suoi scritti si rivolgeva per sapere cosa fare, cosa credere, addirittura come interpretare le Scritture. Si stava delineando un uso delle Testimonianze paragonabile ad un prontuario, con esiti che non si fa difficoltà ad immaginare e che in parte sono ben noti. Per capire quale ruolo, ma anche a quali limiti il dono profetico di EGW  fece riferimento, dobbiamo riprendere in mano alcuni suoi scritti e considerare alcuni dati di fatto.

 

1.               Nessuna dottrina avventista (almeno quelle ritenute vincolanti fino alla morte di EGW) trae fondamento dalle Testimonianze. Il riposo sabbatico fu predicato da Bates e solo successivamente accettato da Ellen White e dal marito. Il principio dell’obiezione di coscienza fu ampiamente discusso e, nella dichiarazione del 1864, fatto poggiare sulle Scritture e sullo stesso Decalogo.  La verità sullo stato dei morti, il battesimo degli adulti, tutti i fondamenti profetici e teologici dell’avventismo furono fondati sulla Bibbia e non sulle parole di Ellen White. E’ piuttosto facile dimostrare il contrario, che frequentemente la White si convincesse dei progressi teologici dopo che altri li scoprivano e li presentavano – talora anche attraverso un forte dibattito interno – alla comunità. Questa è la storia del movimento avventista e questa la dimostrazione che ad EGW non fu attribuito alcun ruolo esegetico dalla prima chiesa avventista.

 

2.               EGW non ricoprì mai cariche istituzionali. Il che significa che in ogni momento la chiesa fu libera di decidere, scegliere, discutere, organizzare e fare dei piani con le risorse che aveva e con l’aiuto del Signore. Il suo consiglio fu prezioso, ma non risulta che la chiesa dipendesse in toto da Ellen White per svolgere il suo mandato o formulare i suoi piani, né ad essa fu delegata ogni decisione, come oggi alcuni farebbero volentieri, basandosi  sulla sua “infallibile ispirazione”.

 

 

3.               La Bibbia fu indicata da EGW come la sola regola di fede, anche se –purtroppo – già allora molti ministri avrebbero preferito avere un “cibo pronto all’uso”, rinunciando al privilegio e alla responsabilità di indagare da soli la Scrittura. Scrive EGW: “Indagate le Scritture con cura per capire qual è la verità.  La verità non può temere nulla da una ricerca accurata. Lasciate che la Parola di Dio parli da sola, permettetele di essere il proprio interprete….la maggior parte dei nostri pastori indulge in una stupefacente pigrizia e desiderano che altri investighino le Scritture al loro posto; essi bevono la verità dalle loro labbra come un fatto assodato, ma non conoscono la verità biblica attraverso  la loro ricerca personale e per la profonda convinzione prodotta nei loro cuori e nelle loro menti dallo Spirito di Dio… Molti, molti davvero, si perderanno perché non hanno studiato in ginocchio le loro Bibbie in fervente preghiera…. La Parola di Dio rivela gli errori e tutto deve esserle confrontato. La Bibbia è il principio a cui uniformare ogni dottrina e azione” (EGW a Brethren, 5 ago. 1888)

 

4.               EGW si era resa conto del rischio che stava correndo il protestantesimo in quella che noi abbiamo definito “deriva cattolico-romana”: ... Le denominazioni evangeliche protestanti si sono talmente le­gate le mani che uno non può diventare predicatore se non accetta an­che qualche altro libro oltre la Bibbia... Non c'è nulla di arbitrario nell'affermare che la forza del credo sta ora cominciando a proibire la Bibbia come ha fatto Roma, sebbene in maniera più sottile »” Sermon on « The Bible a Sufficient Creed », predicato a Fort Wayne, il 22 feb­braio 1846.(Gran Conflitto C. XXI p. 284).

                                                                                                     

        Sebbene la Riforma ab­bia messo il santo Libro in mano a tutti, il principio che ha spinto Roma a ritirare la Scrittura al popolo impedisce alle masse, anche nelle chiese protestanti, di studiare la Bibbia personalmente. La gente, in­fatti, è stata abituata ad accettare gli insegnamenti secondo l'interpretazione della chiesa, e si contano a migliaia coloro che non ardiscono ac­cettare nulla, neppure una dottrina chiaramente rivelata dalla Bibbia, che risulti in contrasto col credo o con l'insegnamento ufficiale della loro chiesa. (Gran Conflitto, C. XXXVII p. 134)

 

5.               Viene riaffermato il principio che ogni credente ha la capacità di investigare le Scritture e giungere a conoscere la verità. “Dio vuole che noi riceviamo la verità attraverso i suoi meriti, perché è verità. La Bibbia non si deve interpretare per soddisfare idee di uomini, per quanto a lungo essi possano aver ritenuto che le loro idee erano vere. Non dobbiamo accettare l'opinione dei commentatori come la voce di Dio; essi erano mortali erranti come noi stessi. Dio ci ha dato facoltà di ragionamento così come li ha dati a loro. Dovremmo far sì che la Bibbia spieghi se stessa. “(Da Testimonies to ministers and gospel workers, pp. 105-107)

 

 

Il canone della Scrittura

 

      Da questo studio si può ricavare  l’unica ipotesi che può permettere di conciliare istanze così diverse: l’unicità della Bibbia come regola di fede e la presenza dei profeti nella storia della chiesa, anche dopo la definizione del canone neotestamentario, la forza di basarsi su un “così dice il Signore” e l’esigenza di accettare una luce progressiva.

Questa sintesi di istanze è fondata sulla differenza, che non può essere altrimenti, tra i profeti canonici (inseriti nel canone) e quelli successivi.

 Tale modo di vedere non mette, né è possibile farlo rimanendo protestanti, sullo stesso piano la Scrittura e i messaggi degli altri profeti, come è Ellen White per gli avventisti.  Questo concetto si avvicina molto al ruolo neotestamentario del profeta che non manifesta più la Parola, ma esorta alla Parola (rivelata pienamente in Cristo Gesù). Da quando Dio si è manifestato nel suo Figliuolo il profeta non ha più lo sguardo rivolto al mistero che dovrà rivelarsi, ma egli stesso è illuminato dalla luce che deriva da quel punto della storia che illumina ogni direzione.

 E’ facile identificare la definizione neotestamentaria del profetismo (I Cor. 14:3, 14:31, Lc 3:18, I Tess. 5:14, , nel ruolo di…

 

·       …colui che esorta

·       …colui che edifica

·       …colui che conforta

·       …colui che  annunzia la buona novella

·       …colui che porta un messaggio personale o speciale ad una persona o ad una comunità

 

…e per questo motivo siamo giunti alla conclusione (anzi, ci siamo ritornati) che la Scrittura costituisce la nostra unica regola di fede, l’unico parametro su cui fondare il nostro pensiero cristiano. Gli scritti di Ellen White  hanno il ruolo, minore (ma sempre importante nell’ambito del contesto storico e delle circostanze), di richiamare l’attenzione del popolo alla Bibbia, di portare dei messaggi – come è stato - che hanno un forte legame con l’epoca in cui furono dati.  Essendo però dei messaggi specifici, col passare del tempo, e nella misura in cui vengono meno le  circostanze che li ispirarono, dobbiamo via via ricordarci che essi perdono forza e occorre ritornare alla luce maggiore, che sono le Scritture. Dobbiamo, dunque, sempre più leggere i contenuti profondi che li ispiravano, non le espressioni legate alla contingenza. Questi contenuti restano validi e costituiscono orientamenti importanti per la chiesa. Purché si riesca a leggerli sfrondati dalle esemplificazioni di circostanza, dagli eventi che li hanno determinati in un punto isolato della storia.

E’ vero, dunque, che il profetismo è una istanza che la chiesa, anche quella moderna, non può permettersi il lusso di escludere. Una chiesa senza profeti è una chiesa che muore. E’ anche vero, dall’altra parte, che il riconoscere i messaggi profetici non deve spingerci a facili deleghe, alla ricerca di personalità carismatiche o capi religiosi che si sostituiscano alla nostra coscienza, rinviandoci soluzioni pronte all’uso. I profeti servono e sono tali se adempiono la funzione di svegliare le coscienze e renderle più attente, più adulte e più mature nel sentire cristiano. Nel momento in cui le loro parole servissero a incatenare la luce, a renderla statica, ad allontanare i credenti da una fede fondata sulla croce e sulla salvezza gratuita di Gesù, occorre rivedere il tutto. E soprattutto ricordarsi che un serpente di rame può indirizzarci verso la salvezza nel bel mezzo di una pestilenza, ma poi può diventare oggetto di adorazione idolatrica da parte del popolo.

 

       I profeti oggi possono essere (è una definizione di EGW) delle piccole luci che portano alla grande luce. Si potrebbero rassomigliare a dei cartelli luminosi che sono posti ad un incrocio e indicano una svolta da compiere, ma che comunque restano fissi nel punto in cui sono stati collocati. La Bibbia, invece, è “una lampada al piede”, ossia una luce più grande di intensità, dotata però della capacità di muoversi insieme a noi,  di accompagnarci col passare del tempo, così come ha accompagnato i credenti per migliaia di anni. Essa  è la luce che ci porta, attraverso il buio del nostro mondo, fino al punto in cui sorgerà la stella mattutina. Verrà l’alba e poi il giorno pieno. E allora le profezie saranno abolite, le dottrine, le prediche, tutto ciò che è specchio e riflesso parziale. Resterà l’amore di Cristo, che è il canone, il metro di ogni teologia.

 

 

 

 

PS. Si ritiene utile allegare a questo studio una raccolta di scritti di Ellen White sul problema del ruolo delle Scritture e sull’unica regola di fede.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si riportano di seguito testi e brani  che possono aiutare il lettore a comprendere in quale posizione si mettesse la chiesa avventista storica nei confronti della Bibbia  e della sua unicità in quanto regola di fede.

 

 

Unicità e sufficienza delle Scritture

 

        When God's Word is studied, comprehended, and obeyed, a bright light will be reflected to the world; new truths, received and acted upon, will bind us in strong bonds to Jesus. The Bible, and the Bible alone, is to be our creed, the sole bond of union; all who bow to this Holy Word will be in harmony. Our own views and ideas must not control our efforts. Man is fallible, but God's Word is infallible. Instead of wrangling with one another, let men exalt the Lord. Let us meet all opposition as did our Master, saying, "It is written." Let us lift up the banner on which is inscribed, The Bible our rule of faith and discipline.-- The Review and Herald, Dec. 15, 1885.

 

        All scripture is given by inspiration of God, and is profitable for doctrine, for reproof, for correction, for instruction in righteousness: that the man of God may be perfect, throughly furnished unto all good works. 2 Tim. 3:16, 17.  {OHC 207.1}

        Let the seeker for truth who accepts the Bible as the inspired Word of God, lay aside every previous idea, and take that Word in its simplicity. He should renounce every sinful practice, and enter the Holy of Holies with heart softened and subdued, ready to listen to what God says.  {OHC 207.2}

 

        Do not carry your creed to the Bible, and read the Scriptures in the light of that creed. If you find that your opinions are opposed to a plain "Thus saith the Lord," or to any command or prohibition He has given, give heed to the Word of God rather than to the sayings of men. Let every controversy or dispute be settled by "It is written." ...  {OHC 207.3}

 

        “Studiate le Scritture personalmente…nessun uomo deve rappresentare per voi un’autorità” (EGW a WMH, 9 dic. 1888)

 

        “La Parola di Dio è il grande  rivelatore dell’errore; noi crediamo che tutto debba essere confrontato con essa. La Bibbia deve essere il nostro criterio per ogni dottrina e azione.. Non dobbiamo accogliere l’opinione di nessuno senza confrontarla con le Scritture. Essa rappresenta l’autorità suprema in materia di fede” (EGW to Brethren, 5 ago 1888)

 

   "1.Every word must have its proper bearing on the subject presented in the Bible; 2. All Scripture is necessary, and may be understood by diligent application and study; 3. Nothing revealed in Scripture can or will be hid from those who ask in faith, not wavering; 4. To understand doctrine, bring all the scriptures together on the subject you wish to know, then let every word have its proper influence; and if you can form your theory without a contradiction, you cannot be in error; 5. Scripture must be its own expositor, since it is a rule of itself. If I depend on a teacher to expound to me, and he should guess at its meaning, or desire to have it so on account of his sectarian creed, or to be thought wise, then his guessing, desire, creed, or wisdom is my rule, and not the Bible."  {RH, November 25, 1884 par. 24}

 

 

 

 

I modi dell’ispirazione della Bibbia

 

        “La Bibbia indica Dio come suo autore, nondimeno è stata scritta da mani umane. Nella differenza di stile dei suoi vari libri, essa presenta le caratteristiche dei suoi scrittori. Le verità rivelate sono state date per ispirazione di Dio (2Timoteo 3:16), però sono espresse con le parole degli uomini. L’Essere infinito, mediante il suo Spirito, ha fatto risplendere la sua luce nelle menti e nei cuori dei suoi servitori. Egli ha dato sogni e visioni, simboli e figure; e coloro ai quali la verità fu così rivelata la concretizzarono con un linguaggio umano.

        I dieci comandamenti furono enunciati da Dio stesso e scritti dalla sua stessa mano. Essi, perciò,  sono redazione divina e non umana. La Bibbia, invece,  con le sue verità divine espresse col linguaggio degli uomini, presenta l’unione del divino con l’umano”

(GC p. 7)

        “Dio si è compiaciuto di rivelare la sua verità al mondo per mezzo di agenti umani, ed Egli stesso col suo Spirito Santo li ha qualificati e resi idonei per compiere quest’opera. Egli ha guidato la mente nella scelta di quello che doveva essere detto e scritto. Il tesoro è stato affidato a vasi di terra, sì,  ma procede dal cielo. La testimonianza, anche se trasmessa mediante l’imperfetto linguaggio degli uomini, è pur sempre la testimonianza di Dio” (GC p. 8)

 

la Bibbia è scritta da uomini ispirati, ma non è il modo di pensare e di esprimersi di Dio.  E’ quello dell’umanità.  Dio, come scrittore,  non è rappresentato…Gli scrittori della Bibbia erano gli scrivani di Dio, non la sua penna…non sono state le parole della Bibbia ad essere ispirate, ma gli uomini.  L’ispirazione agisce non sulle parole dell’uomo o sulle sue espressioni ma sull’uomo stesso che, sotto l’influsso dello Spirito Santo, è permeato da pensieri. Il pensiero divino si trasmette. Il pensiero e la volontà divini si combinano con il pensiero e la volontà umani; così le espressioni dell’uomo rappresentano la parola di Dio” ( EGW in 1SM, p.21)

 

 

 

 

 

L’interpretazione delle Scritture

 

 

        The Bible is its own interpreter. With beautiful simplicity one portion connects itself with the truth of another portion, until the whole Bible is blended in one harmonious whole. Light flashes forth from one text to illuminate some portion of the Word that has seemed more obscure.  {OHC 207.5} Christ's lessons will bear close study. One truth comprehended in its simplicity will prove a key to a whole treasure house of truth. Christ is the great mystery of godliness. He is as the Master scattering the golden grains of truth, which require tact, skill, and deep, laborious search to pick up and link together in the chain of truth. The Word is the treasure house of truth. It puts in our possession all things essential for our preparation for entrance into the city of God.  {OHC 207.6}

 

 

        “Indagate le Scritture con cura per capire qual è la verità.  La verità non può temere nulla da una ricerca accurata. Lasciate che la Parola di Dio parli da sola, permettetele di essere il proprio interprete….la maggior parte dei nostri pastori indulge in una stupefacente pigrizia e desiderano che altri investighino le Scritture al loro posto; essi bevono la verità dalle loro labbra come un fatto assodato, ma non conoscono la verità biblica attraverso  la loro ricerca personale e per la profonda convinzione prodotta nei loro cuori e nelle loro menti dallo Spirito di Dio… Molti, molti davvero, si perderanno perché non hanno studiato in ginocchio le loro Bibbie in fervente preghiera…. La Parola di Dio rivela gli errori e tutto deve esserle confrontato. La Bibbia è il principio a cui uniformare ogni dottrina e azione” (EGW a Brethren, 5 ago. 1888)

 

 

 

         “ Let the heart be softened and subdued by the spirit of prayer before the Bible is read. Truth will triumph when the Spirit of truth cooperates with the humble Bible student. How precious the thought that the Author of truth still lives and reigns. Ask Him to impress your minds with the truth. Your searching of the Scriptures will then be profitable. Christ is the Great Teacher of His followers, and He will not leave you to walk in darkness.”  {OHC 207.4}

 

 

 

    With a channel of communication now in the world, God in His mercy gave light that spared sincere Advent believers another disappointing blow.  {1BIO 100.4}

 

 

     

 

Il Magistero della Chiesa e la Parola di Dio

 

       

        “Roma tolse la Bibbia al popolo e impose a tutti gli uomini di ac­cettare al suo posto i propri insegnamenti. L'opera della Riforma con­sisteva nel ricondurre gli uomini alla Parola di Dio; ma non è forse vero che le chiese del nostro tempo insegnano a far poggiare la propria fede sul credo e sull'insegnamento della chiesa, anziché sulle Scritture? Parlando delle chiese protestanti, Carlo Beecher disse: « Esse si guar­dano da ogni parola severa contro i credo con la stessa cura con la quale i santi padri si sarebbero astenuti da ogni dura parola contro la nascente venerazione dei santi e dei martiri che essi stavano incremen­tando... Le denominazioni evangeliche protestanti si sono talmente le­gate le mani che uno non può diventare predicatore se non accetta an­che qualche altro libro oltre la Bibbia... Non c'è nulla di arbitrario nell'affermare che la forza del credo sta ora cominciando a proibire la Bibbia come ha fatto Roma, sebbene in maniera più sottile »” Sermon on « The Bible a Sufficient Creed », predicato a Fort Wayne, il 22 feb­braio 1846. (Gran Conflitto C. XXI p. 284)

 

 

 

Dio, però, avrà sulla terra un popolo che farà della Bibbia sola la norma di ogni dottrina e la base di ogni riforma. Ne l'opinione degli uomini dotti, ne le seduzioni della scienza, ne i credo o le decisioni dei concili ecclesiastici, tanto discordi quanto numerosi, ne la voce della maggioranza  debbono es­sere presi in considerazione su un punto di fede religiosa. Prima di accettare una qualsiasi dottrina o precetto bisogna assicurarsi che a suo sostegno essa abbia un chiaro e preciso « Così dice il Signore ».

Satana è costantemente all'opera per richiamare l'attenzione sul­l'uomo invece che su Dio. Egli spinge la gente a scegliere, come guida, vescovi, pastori e teologi, anziché studiare direttamente la Parola di Dio, per capire da soli quale sia il loro dovere. Poi, soggiogando le menti di questi capi, egli riesce a influenzare le moltitudini secondo la sua volontà. (Gran Conflitto, C. XXXVII p. 433)

 

 

        Cristo sapeva che l'autorità usurpata dagli scribi e dai farisei non sarebbe cessata con la dispersione degli ebrei. Egli vide profeticamente l'opera di esaltazione dell'autorità umana per dominare le coscienze, che in ogni tempo è stata una terribile maledizione per la chiesa. La sua tremenda accusa rivolta agli scribi e ai farisei, come i suoi av­vertimenti al popolo perché non seguisse quelle guide cieche, sono stati conservati come un monito per le generazioni future.

La chiesa romana riserva al clero il diritto di interpretare le Scrit­ture. Col pretesto che solo gli ecclesiastici possono capire e spiegare la Parola di Dio, questa viene sottratta al popolo. Sebbene la Riforma ab­bia messo il santo Libro in mano a tutti, il principio che ha spinto Roma a ritirare la Scrittura al popolo impedisce alle masse, anche nelle chiese protestanti, di studiare la Bibbia personalmente. La gente, in­fatti, è stata abituata ad accettare gli insegnamenti secondo l'interpretazione della chiesa, e si contano a migliaia coloro che non ardiscono ac­cettare nulla, neppure una dottrina chiaramente rivelata dalla Bibbia, che risulti in contrasto col credo o con l'insegnamento ufficiale della loro chiesa.

Nonostante i reiterati avvertimenti della Bibbia contro i falsi dottori, molti affidano al clero la cura delle loro anime. Oggi migliaia di cri­stiani di professione non possono citare in favore delle proprie cre­denze religiose nessun'altra autorità se non quella delle loro guide spi­rituali. Trascurando gli insegnamenti del Salvatore, essi hanno una fi­ducia implicita nei loro predicatori. Ma i predicatori sono forse uo­mini infallibili? Come affidare la propria anima alla loro guida se non possiamo provare, con la Parola di Dio, che essi sono dei portatori di luce? La mancanza di coraggio morale per uscire dai sentieri battuti dal mondo spinge molti a calcare le orme degli uomini dotti. Siccome sono riluttanti a esaminare da se stessi le Scritture, finiscono col tro­varsi nelle catene dell'errore.(Idem p.434)

 

         The question is, "What is truth?" It is not how many years have I believed that makes it the truth. You must bring your creed to the Bible and let the light of the Bible define your creed and show where it comes short and where the difficulty is. The Bible is to be your standard, the living oracles of Jehovah are to be your guide. You are to dig for the truth as for hidden treasures. You are to find where the treasure is, and then you are to plow every inch of that field to get the jewels. You are to work the mines of truth for new gems, for new diamonds, and you will find them.  {FW 77.1}

 

         You know how it is with the papal power. The people have no right to interpret the Scriptures for themselves. They must have someone else interpret the Scriptures for them. Have you no mind? Have you no reason? Has not God given judgment to the common people just as well as He has to the priests and rulers? When Christ, the Lord of life and glory, came to our world, if they had known Him, they never would have crucified Him. God had told them to search the Scriptures: "In them ye think ye have eternal life: and they are they which testify of Me" (John 5:39).  {FW 77.2}

 

         God help us to be Bible students. Until you can see the reason for it yourself and a "thus saith the Lord" in the Scriptures, don't trust any living man to interpret the Bible for you. And when you can see this, you know it for yourself, and know it to be the truth of God. You will say, "I have read it, I have seen it, and my own heart takes hold upon it, and it is the truth God has spoken to me from His Word." Now this is what we are to be--individual Christians. We need to have an individual, personal experience. We need to be converted, as did the Jews. If you see a little light, you are not to stand back and say, "I will wait until my brethren have seen it." If you do, you will go on in darkness.  {FW 77.3}

 

        God help us to have a knowledge of the truth, and if you have seen the truth of God, press right to the light and put up the bars behind you. Make not flesh your arm; but have a living experience for yourselves, and then your countenance will shine with the glory of God. You have walked with Him, and He has upheld you. You have wrestled with Him and pleaded with Him, and He has let His light shine upon you.  {Faith and WorksW 78.1}

 

 

  Christ was an active, constant worker. He found the domain of religion fenced in by high, steep walls of seclusion as too sacred a matter for everyday life. He threw down the walls of partition, and exercised His helping power in behalf of every one who needed Him. He brought cheerfulness and hope to the desponding. . . . He did not ask, What is your creed? To what church do you belong? Active, earnest, loving interest marked His life. . . .  {TMK 43.4}

 

 

 

      Come dovremmo investigare le Scritture in modo da capire quello che deve essere insegnato? Dovremmo appressarci ad investigare la Parola di Dio con un cuore contrito, con uno spirito di preghiera e disposto ad apprendere. Non dobbiamo pensare, come facevano i giudei, che le nostre idee e opinioni siano infallibili: non come i papisti, che alcuni individui sono i soli custodi della verità e della conoscenza, che gli uomini non hanno il diritto di ricercare nelle Scritture da se stessi, ma debbono accettare spiegazioni date dai padri della chiesa. Non dovremmo studiare la Bibbia col proposito di sostenere le nostre opinioni preconcette, ma col solo obiettivo di imparare quello che Dio ha detto.

Alcuni hanno temuto che se anche su un solo punto ammettessero da se stessi di essere in errore gli altri potrebbero essere afferrati dal dubbio su tutta la verità. Quindi essi hanno creduto che la ricerca non dovrebbe essere permessa, che essa porterebbe a dissenso e disunione. Ma se questo sarà il risultato della ricerca, prima o poi si verificherà ancora di più. Se ci sono persone la cui fede nella Parola di Dio non regge alla prova dell'investigazione delle Scritture, prima si rivelano e meglio è perché cosi la via sarà aperta a che si mostrino ad essi i loro errori.

Non dobbiamo ritenere che una volta assunta una posizione, una volta accettata una idea. non possiamo in nessuna circostanza abbandonarla. C'è uno solo che è infallibile, ed Egli è la Via, la Verità, la Vita. Quelli che permettono al pregiudizio di chiudere la mente contro la ricezione della verità non possono ricevere la luce divina. Ora, quando una opinione sulle Scritture viene presentata, molti non chiedono: è verità, è in armonia con la Parola di Dio? Ma: da chi è sostenuta? E, a meno che essa non provenga dalla fonte che a loro fa piacere, non l'accettano. Così, pienamente soddisfatti, sono essi con le proprie idee che non vogliono esaminare l'evidenza delle Scritture col desiderio di imparare, ma rifiutano di interessarsene, esclusivamente a causa dei loro pregiudizi.

Il Signore spesso parla dove meno noi lo aspettiamo; Egli ci sorprende rivelando il suo potere attraverso strumenti che preferisce, mentre passa oltre dagli uomini che noi abbiamo guardato come coloro che dovrebbero darci la luce. Dio vuole che noi riceviamo la verità attraverso i suoi meriti, perché è verità. La Bibbia non si deve interpretare per soddisfare idee di uomini, per quanto a lungo essi possano aver ritenuto che le loro idee erano vere. Non dobbiamo accettare l'opinione dei commentatori come la voce di Dio; essi erano mortali erranti come noi stessi. Dio ci ha dato facoltà di ragionamento così come li ha dati a loro. Dovremmo far sì che la Bibbia spieghi se stessa.

Tutti dovremmo essere prudenti nel presentare nuovi punti di vista delle Scritture prima di averli identificati pienamente tramite lo studio, e di essere pienamente preparati a sostenerli attraverso la Bibbia. Non introduciamo nulla che possa causare dissenso, senza la chiara evidenza che attraverso ciò Dio stia dando un messaggio speciale per questo tempo. Ma guardiamoci dal rigettare quello che è verità. Il grande pericolo del nostro popolo è stato quello di dipendere dagli uomini, e fare della carne il nostro braccio.

Quelli che non sono abituati a investigare le Scritture da soli o a valutare le evidenze, hanno fiducia nei dirigenti umani e accettano le decisioni che essi prendono; e così molti rigetteranno gli autentici messaggi che Dio invia al suo popolo, se questi dirigenti non li accettano. Nessuno dovrebbe sostenere di avere tutta la luce che esiste per il popolo di Dio. Il Signore non tollera questo. Egli ha detto: "Io ho messo davanti a tè una porta aperta, e nessun uomo può chiuderla". Anche se tutti i nostri dirigenti rifiutassero la luce e la verità, la porta rimarrà ugualmente aperta. Dio vuole portare avanti uomini che daranno alla gente il messaggio per questo tempo.

La verità è eterna e il conflitto con l'errore potrà soltanto manifestarla meglio. Non dovremmo rifiutarci di esaminare le Scritture con quelli che noi abbiamo ragione di credere desiderano conoscere cosa è verità. Supponiamo che un fratello sostenga una idea che è differente dalla vostra, ed egli voglia venire da tè, col proposito di sedersi insieme a tè ed investigare le Scritture, dovresti levarti, pieno di pregiudizio, e condannare le sue idee, rifiutando di dargli sinceramente ascolto? L'unica cosa giusta dovrebbe essere di sedersi come cristiani e investigare la posizione presentata alla luce della Parola di Dio, che rivelerà la verità e smaschererà l'errore. Ridicolizzare la sua opinione non indebolirà la sua posizione nel caso essa fosse falsa, e non rafforzerà la vostra posizione se essa era giusta. Se i pilastri della nostra fede non reggono alla prova della ricerca è tempo che noi lo sappiamo. Non dobbiamo coltivare spirito di farisaismo tra di noi. (Da Testimonies to ministers and gospel workers, pp. 105-107}

 

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